studi

Mi sono iscritto alla facoltà di giurisprudenza perché il mio idolo letterario dell’epoca era Kafka, lui pure laureato in legge. Mi hanno sempre insegnato ad avere riferimenti alti e a non ridimensionarmi, ché già provvede la vita.
Una delle domande più frequenti che mi vengono rivolte è: perché non hai studiato lettere, visto che ti piaceva scrivere? Questa domanda non tiene conto di alcune questioni: perché un giurista non può scrivere? I laureati in lettere scrivono meglio? In realtà, mi sarebbe piaciuto studiare filosofia ma in quegli anni dominava la domanda «E cosa vai a fare con una laurea in filosofia? Puoi solo insegnare». La mia tesi l’ho però fatta in filosofia (del diritto). Tiè.

Studiare diritto mi è piaciuto molto e mi ha conferito due caratteristiche di cui vado fiero:
1 — l’ordine mentale › se riesco a essere quasi sempre lucido e razionale è perché ho disegnato così tanti schemi giuridici da aver imparato in forma indelebile a inquadrare temi, scomporre problemi e stabilire collegamenti;
2 — la resistenza › dopo aver superato tutti gli esami, non mi spaventava più nulla. Come potete leggere qui sotto, le insensatezze e gli arbitrii incontrati nel corso degli studi mi hanno vaccinato per qualsiasi difficoltà futura. E dico qualsiasi.

«L’Italia è stato, e per quanto riguarda l’università lo è ancora, un Paese sovietico. I privilegi dei nostri professori sono quelli di membri delle accademie delle scienze della ex-Ddr o dell’Unione Sovietica: superato il concorso, si è pagati per far poco (bastano 50 ore di lezione l’anno!), ci si può assentare quando si vuole, si può non toccare una provetta o non scrivere una riga, si possono ignorare gli studenti. Nessuno chiederà mai niente a nessuno. L’omertà accademica è superiore a quella mafiosa»

Marcello Pera, La Stampa, giugno 1993

7/6/90 ISTITUZIONI DI DIRITTO PRIVATO (25/30). Lo spauracchio della facoltà di giurisprudenza è stato superato al primo colpo, senza colpo ferire e senza colpi di scena ma forse con un colpo di qualcosa d’altro che da personcina educata evito di menzionare.

In effetti, superata la provetta scritta d’ammissione con un punteggio fantozziano del tipo di «ultra gravissima riserva meno meno meno» (in pratica, una vittima bell’e pronta per la prof. Adriana D’Antonio), ho strabiliato la docente con due perle latine; se non ricordo male – sono passati ormai parecchi anni – «coram populo» e «erga omnes».
Nell’interrogazione spiccicai poche altre parole ma l’insegnante ripetutamente, protendendosi verso di me con sorriso deliziato, ripeteva estatica quel «coram populo» (o «erga omnes» che fosse). In segno di riconoscenza, l’ho inserito almeno una dozzina di volte – a caso, ovviamente – nella mia tesi di laurea.
Al momento di determinare il voto, la prof., smentendo la sua precedente affermazione secondo cui l’esito dello scritto non avrebbe avuto alcun riflesso sulla votazione dell’orale, affermò candidamente di non potermi affibbiare un voto superiore a causa della scarsa qualità del compitino d’ammissione.
Andò bene, considerando che nel viaggio verso Padova il treno aveva accusato un tremendo ritardo per la presenza di alcuni zingari-ladri sui vagoni; accusati di aver sottratto un portamonete a una ragazza, avevano provocato l’arresto del convoglio in piena campagna per consentire al controllore le verifiche d’uopo. Quando, nel primo pomeriggio, giunsi in ritardo al Bo’, scoprii di essere stato depennato dalla lista dell’esame, essendo stato invano chiamato all’appello.
Temendo di dover sudare sette camicie per convincere la docente della mia buona fede, l’attesi al varco e attaccai con voce belante e lamentosa la richiesta di reinserimento. Talmente confuso da non capire la replica, proseguii per un quarto d’ora in giustificazioni non richieste come risposta a domande che solo io mi figuravo. La D’Antonio mi stava semplicemente chiedendo che cognome avessi.

3/7/90 FILOSOFIA DEL DIRITTO (25/30). Una delle più grandi delusioni della mia vita universitaria. Un voto (25) concesso in base alla prassi per cui l’esame, sostenuto per secondo dopo diritto privato dalle matricole, si diceva riportasse il medesimo voto del precedente.
Interrogazione gratificante con gli assistenti ma caddi a sorpresa col professor Cavalla. Fino a pochi istanti prima concionavo supponente nel corridoio e impartivo, magnanimo, ripetizioni a chi non riusciva a capire o ricordare princìpi o assiomi filosofici. C’est la vie. Perché chiesi la tesi proprio in questa materia? Affari miei.

15/10/90 STORIA DEL DIRITTO ROMANO (22/30). A dir poco bizzarro, il prof. Impallomeni (pace all’anima sua) era un uomo d’altri tempi, fiero monarchico, discendente di un Impallomeni siculo, eroe dei fasci siciliani (c’era anche sull’enciclopedia Treccani). Con la sua loquela, che abilmente alternava ispirate concioni a impennate retoriche di vocina acuta, spiegava i misteri del diritto di Roma antica scalciando di tacco sul battiscopa dell’aula Ederle e galoppando lungo la pedana. All’esame apriva a caso Digesto e Pandette e pretendeva un immediato riconoscimento.
Mi intimò di andarmene, col dito ossuto proteso verso la porta, dopo 36 secondi esatti che m’ero seduto. Camminava irato dietro di me, con le braccia incrociate sulla schiena, la schiena medesima inclinata in avanti, il passo stentoreo da finto peripatetico. Non mi passò nemmeno per il cervello di alzarmi dalla sedia.
Camminò altri interminabili minuti, avvolto nella sua silenziosa sofferenza motivata dalla nostra immensa ignoranza. Alla fine, con voce incertamente modulata, si quietò: «Be’, allora mi dica…».
Strappai un eroico 22 di cui vado fierissimo.

14/12/90 DIRITTO PUBBLICO GENERALE (24/30). Ricordi estremamente offuscati.
Prova scritta ancora una volta infame, un orale eccellente che fece dubitare all’assistente una scissione di personalità in me. Alla fine arrivò anche il mitico prof. Bergonzini, occhio ceruleo, gioia delle ragazzette, pesante cipollone d’oro al taschino, portamento fiero che lo faceva catalogare, più o meno a ragione, tra i discendenti d’una nobile famiglia veneta. Leggenda metropolitana?
Mi affascinava, a lezione, il suo modo forbito e ironico di affrontarci, la spudoratamente confessata passione per la letteratura gialla. Tanta prosa all’esame, in effetti: uno sguardo rapido al foglietto scribacchiato dall’assistente, di nuovo la domanda. «Come si spiega il suo scritto?» disse, sicuramente con espressioni più melodiose e raffinate. Un onorevole 24 che ho ritrovato in centinaia di studenti del corso L-Z. Una punizione, forse, o un’assoluzione per accertata mediocrità.

29/1/91 SOCIOLOGIA I (27/30). Per la prima volta entro nella disprezzata (dai giuristi) facoltà di scienze politiche. Avevo inserito nel piano di studi un esame fondamentale per gli scienziati politici. L’ho studiato con costanza e poca passione, trovando conferma nei miei giudizi sulla sociologia come sciacquatura dei piatti di altre discipline. Il buon senso elevato a rigore scientifico. In dotazione i sacri testi di Sabino Acquaviva, noto intellettuale italiano dall’aria (finto-)svagata e dall’inquietante somiglianza con Dario Argento. Era il periodo in cui ancora ti accelerava un po’ il battito del cuore vedendo la faccia di chi appariva in tivù e sporcava d’inchiostro i giornali.
Analizzai eros morte ed esperienza religiosa per scoprire, sommariamente, che più si diventa vecchi e più si acuisce la paura della morte e, conseguentemente, la religiosità. Vabbè, occorreva studiare 800 pagine di programma?
Càpito sotto la Verdi, temutissima interrogatrice sociologica. Donna affascinante, però, e sicura di sé. I vicini di banco e sventura mi guardano con compassione e pietas. Affronto il durissimo esame, che in effetti mi impegna più di quello che colleghi in gruppo – architettura post Sessantotto ha fatto scuola – sostengono a fianco a me con un uomo barbuto che penso si creda Carlo Marx. Rispondo dignitosamente. La Verdi, lievemente contrariata, mi scorre il libretto e sbotta: «Vorrà dire che le alzerò la media». Poi scrive 27.
Troppa grazia, san Sabino.

10/6/91 ISTITUZIONI DI DIRITTO ROMANO (19/30). Chi, scorrendo il mio libretto universitario, abbia la pazienza di soffermarsi a pagina 20, godrebbe della delicata vista di uno striscione orizzontale in pennarello rosso a coprire la scritta «Ist. di dir. Romano 26.3.91».
La storia è nota, grazie alla mia capacità divulgativa e alla oggettiva curiosità dell’episodio che mi vide protagonista. Ne parlano anche in altri atenei. Due mie amiche si sono conosciute a Ferrara perché una sentì l’altra che stava narrando a un crocchio di persone la mia bizzarra vicenda.
Accadde dunque che affrontai il terribile prof. Alberto Burdese, eminenza grigia del diritto privato d’epoca romana (il diritto, non il prof.), e implacabile inquisitore degli studenti patavini. Tremando, sostenni l’interrogazione con l’assistente Furlan, col quale il Burdese amava conversare in tedesco, e in lingua germanica discuteva del voto da assegnare (perché gli studenti non capissero cosa si stavano dicendo).
Tutto bene fino a quando, a esame praticamente terminato, mentre il Furlan si accingeva a scrivere il voto, una bestialità da me pronunciata provocò l’ira funesta e retroattiva di Burdese. Immediata cancellazione del libretto e getto del medesimo un paio di metri più in là – la finestra era fortunatamente chiusa.
Non ricordo quale sia stato il casus belli. Doveva trattarsi di una nozione irrinunciabile per la vita di qualsiasi soggetto che ambisca a definirsi uomo.
La volta successiva riprovai, senza neppure troppo studiare, e rimediai un glorioso 19, anzi «diciannove».

27/6/91 DIRITTO DELLA PREVIDENZA SOCIALE (22/30). L’unico professore a cui devo chiedere scusa si chiama Cester e insegna una materia che si chiama diritto della previdenza sociale. Mi sono presentato all’esame non meno preparato di molti altri colleghi, ma al di sotto dello standard mio abituale. Non dico che lo presi in giro, ma mi arrampicai leggermente sugli specchi, anche se non feci propriamente scena muta.
Credo che fu anche l’unico esame a cui intervenni senza giacca e cravatta. Ma era estate, caldo, la testa svagata. In analoghe circostanze avevo rinunciato ad affrontare diritto delle comunità europee, ma questa è un’altra storia.

30/10/91 DIRITTO COSTITUZIONALE (23/30). Sostenere l’esame con il mitico Livio Paladin, già presidente della Corte costituzionale e ministro, ripaga di qualsiasi sacrificio e umiliazione.
Confermando una tendenza consolidata, do pessima prova di me nell’esame scritto, capovolta da una prestazione eccellente all’orale, al punto che l’assistente non riesce a credere che io sia la stessa persona. Nuova crisi di dissociazione della personalità.
Saggezza impone di dare un voto senza infamia e senza lode: 23. L’unico rammarico è che il libretto non me lo firma Paladin (pace anche alla sua anima).

13/2/92 DIRITTO INTERNAZIONALE (25/30). Evito fortunatamente di finire sotto le grinfie del molto estroso prof. Tito Ballarino, i cui testi ho studiato attentamente pur trovandoli a tratti assai nebulosi, e di cui ho fotocopiato e distribuito a tutti i giurisprudenti patavini un articolo sull’Onu pubblicato dal Giornale.
Memorabile il suo appello a un esame: salito in piedi sulla cattedra per tenere d’occhio la massa di studenti accalcati nell’aula, iniziò a leggere Zoff Dino, Gentile Claudio, Cabrini Antonio… infuriandosi perché nessuno rispondeva. Arrivato a Scirea Gaetano, si accorse che si trattava della Nazionale italiana vittoriosa ai Mondiali dell’82 in Spagna.
Il mio esame è molto corretto (il fatto va segnalato perché inconsueto).

30/4/92 DIRITTO DELLE COMUNITÀ EUROPEE (23/30). Si può portare una parte facoltativa del libro, che ovviamente non mi sogno neanche di guardare. Il minimo risultato col minimo sforzo. Vengo interrogato fra insistenti squittii di cellulare.
L’assistente, di cui non faccio il nome perché lo rincontrerò poi sul mio cammino vita(l)e (e mi proporrà di dargli una mano nell’aprire uno studio legale), mi contesta il lessico, che io mi limito a citare pedissequamente dal Ballarino. Scoprirò poi che il motivo dell’astio non è rivolto a me ma al docente maior, e che io – come tanti altri – ne sono l’inconsapevole parafulmine.
È destino che io alzi la media dei voti con diritto civile, penale, processuale e la abbassi con esametti come comunità europee e pubblico dell’economia. Ma non anticipiamo. Questo, all’epoca, ancora non lo sapevo.

22/10/92 DIRITTO PENALE I (23/30). Ho assistito a due sole lezioni del prof. Giuseppe Zuccalà e, sinceramente, credo di averne avuto abbastanza. A parte la tenerezza con cui ha esordito ricordando Bettiol (11/11/91), non mi hanno lasciato indifferente, ma anzi indotto a scompisciarmi, una serie di discutibili pronunce. Al lettore indovinare la corrispondente parola italiana: gonglusione, anaccoluti, diffiscile, essiggere, psiccologgico, ingombenze, litturgia, eztrinseggazioni, gonzeguenze, ingolumittà, biròmanne, libbero arbìdrio, libberamende scieglie, inzostzenìbbili, gònzabèvolle, conziderano in zenzo zstretto. Parodiando la dizione, «non zi gabìva» come riuscisse a pronunciare correttamente la lingua tedesca.
Altre lapidarie definizioni riscattano però l’uomo, oltre al giurista. «L’incapacità di intendere e di volere è un problema di elettricità» (11/3/92), e la di poco posteriore qualifica della prostituta come «colei che cade nella giostra della dialettica della natura». Tutto vero.
Il personaggio non mi è simpatico, lo si sarà capito. E riverso sui suoi difetti – mi sento come un cecchino che spara sulla Croce Rossa – le mie frustrazioni. Non è da tutti studiare diciotto mesi un esame e farsi segare nel giro di sette minuti perché l’esimio docente ha urgente appuntamento col preside della facoltà che il medesimo appuntamento gliel’ha fissato otto minuti prima al telefono durante un’interrogazione. Ed è piuttosto bizzarro ristudiare altri tre mesi il diritto penale – che di per sé sarebbe anche accattivante – per beccarsi 23 avendo esaudito i pruriginosi quesiti dell’avvocato onorevole senatore ex leghista Renato Ellero sulla liberazione condizionale.

15/2/93 MEDICINA LEGALE E DELLE ASSICURAZIONI (27/30). Varco la soglia della facoltà di medicina. Gli insegnanti sono estremamente corretti, mi meraviglio perché vedo una commissione non solo composta a norma di regolamento (a Legge ci sono commissioni d’esame formate da un solo componente!), ma addirittura con più persone, una per ogni settore (docente, assistenti, tecnici di laboratorio…).
L’esame non è difficilissimo, e molto affascinante. Si studia un librone con tante foto truculente, integrato dai preziosi appunti di lezione presi da un’ottima collega (a proposito, grazie Elena, ti voglio bene ovunque tu sia).
Mi sottopongono un caso: risalire dal tipo di ferita all’arma del delitto. Cito il testo, dove spicca un taglio causato dalla punta di un ombrellone da spiaggia. Mi chiedono di indicare un oggetto meno stagionale. Lo stiletto per rompere il ghiaccio.
Svelo il finale di “Basic Instinct”.

19/4/93 DIRITTO TRIBUTARIO (26/30). Siamo i primi ad affrontare l’esame con Francesco Moschetti, docente in arrivo da Economia e commercio di Venezia: ci annunciano che sarà tremendo, severissimo, inflessibile. In effetti pretende, ma non cose impossibili. La fase di studio è la migliore: mi trovo ad apprendere e ripassare assieme a una bellissima ragazza che era stata il mio secondo amore di gioventù (a 9 anni!) e con la quale ci eravamo persi di vista fino ad allora. Un giusto tributo all’amore…
Non ha tenuto il prof. il corso di lezione dell’anno accademico, per cui accetta vari testi di preparazione all’esame. Apre a caso il libro e trova un argomento difficilissimo per dei non ragionieri. Mi chiede se voglio cambiarlo. Accetto la sfida e lo tengo. È simpatico. Ti tratta da pari.

6/5/93 DIRITTO AMMINISTRATIVO I (22/30). Con le sue fattezze di papero e la cadenza chioggiotta del conversare, il professor Gullo è uno dei più divertenti della patavina universitas studiorum. Brillante dicitore di ogni argomento dello scibile umano, ha il difetto di adottare un testo anacronistico che parla di un mondo giuridico coevo alla prima guerra punica. Non condivide alcuna tesi dell’autore – Sandulli –, e pretende che lo studente conosca le novità legislative e anche le sue – di lui, professore – teorie.
Si avvale dell’assistenza di uno studioso, tale dottor Volpe, mente enciclopedica. I due, appunto il Gullo e la Volpe, sogliono intrattenersi in esami orali di lunghezza inusitata, quando non siano compiti scritti superati a malapena dall’otto per cento dei candidati. A me è toccato l’orale, due ore e quaranta minuti che non auguro neanche al peggior nemico, durante i quali si è parlato di giornalisti, proverbi, medici militari, strade. Al termine, un serrato interrogatorio sul codice civile (ricordo che l’esame è «diritto amministrativo»: forse un nome in codice o una convenzione non vincolante) condotto dal Volpe. Congedo di Gullo: «Mi dispiace, ma devo chiederle di tornare. A dire il vero, non abbiamo avuto modo di sondare la sua preparazione sul diritto amministrativo, ma abbiamo appurato che non ricorda bene quello privato».
Il comportamento della fantastica coppia di assi non è da meno nelle fasi di preparazione all’esame: pur predicando come elemento portante della pubblica amministrazione il buon andamento, da umile servitore della stessa il Gullo si diletta a convocare gli studenti alle dieci o undici di mattina riservandosi per sé di arrivare all’una, quando va bene. La mattinata, ha dichiarato un giorno, comincia dopo le dodici.

6/7/93 DIRITTO AMMINISTRATIVO II (28/30). Al professor Leopoldo Mazzarolli devo buona parte delle mie fortune universitarie – e all’incidente automobilistico che mi ha fatto diventare improvvisamente intelligente, come dice la mia amica Livia.
Ha il coraggio di darmi il voto fino ad allora più alto del libretto, quello che effettivamente mi merito in base all’esame, infischiandosene degli altri già registrati. Procedura amministrativa mi era stata presentata come insormontabile se non avessi sostenuto prima altre materie, e invece è uno degli esami che ho preparato con maggior tranquillità e approfondimento.

30/10/93 PROCEDURA PENALE (26/30). Il professor Alfredo Molari non è quel che si dice «farina da far ostie». Severo, ironico, mette soggezione. Ma il libro su cui si studia, frutto della collaborazione con altri professori universitari, è molto chiaro.
Anche l’assistente è curioso: dicono sia un genio e patrocini in Cassazione. Avremmo scoperto che era un parà e che allevava cani ferocissimi. Inquietante. Inizio a studiare l’esame ad agosto, mentre sono in ferie ricostituenti a Polla (Sa). Mi porterà bene l’atmosfera rilassata in cui affronto il procedimento penale.

17/3/94 DIRITTO PROCESSUALE CIVILE (25/30). Il professore Aldo Attardi parla con aria sofferente e sembra sempre in debito d’ossigeno.
Chiede «mi faccia un essempio» ma non puoi fargliene uno a caso. Devi dirgli quelli delle sue lezioni.

29/6/94 DIRITTO CIVILE (27/30). Momento di massima gloria per lo Zaltron. Studia l’esame meno di tre mesi e lo supera al primo colpo con un voto brillante. Il professor Vittorino Pietrobon, terrore di tutti gli studenti, gli stringe la mano. Potrebbe andare addirittura meglio se l’assistente Maggiolo non gli facesse una domanda trabocchetto.

11/10/94 STORIA DEL DIRITTO ITALIANO (26/30). Giorgio Zordan è un’eccellente persona, ironizza in punta di lingua e fa morire dal ridere (solo me, per altro). Assisto a tutta la sessione, per divertimento, e perciò, quando mi siedo davanti a lui, dice «ma noi ci conosciamo già, vero?».
Mi prende in contropiede con la domanda, abbastanza facile, sul diritto inglese, perché l’ha posta poco prima e mi faccio ritegno a ripetere la stessa tiritera della mia collega.
Prassi interessante: prima di ogni sessione le assistenti tengono un corso di preparazione accelerato.

25/10/94 DIRITTO DELL’ESECUZIONE CIVILE (30/30). La Lorenzetto Peserico è l’anima di Attardi. Sempre presente alle interrogazioni di procedura civile, dicono sia lei a correggerne i compiti scritti. Persona dolce – ma non certo debole –, preparata, indulgente. Mi assegna il primo trenta del libretto. E non è poco.

16/12/94 DIRITTO PENALE II (TRENTA E LODE). Altro momento di grande entusiasmo. Lo scritto va benissimo (nonostante la grafia da gallinaceo), soprattutto per l’approfondimento di una domanda concernente alcune pagine introduttive del libro, che molti saltano a pie’ pari.
Il voto del compito è trenta, si accede su chiamata alla domanda suppletiva per la lode.
L’assistente, quotato avvocato, mi deve aver preso in simpatia perché mi introduce con grandi elogi. La domanda verte su procedura penale, fortuna che ho già fatto l’esame.
L’assistente sorride, si rivolge al prof. Calvi: «Cosa ti avevo detto, questo è un bravo ragazzo, l’avevo capito».
Preso dall’euforia, dieci giorni dopo vado nello studio dell’assistente per chiedere di poter fare la tesi in diritto penale. Quando l’avevo chiamato al telefono, si ricordava di me e mi rinnovava i complimenti. Uomo da sposare (anche Berlusconi tentò di precettarlo stabilmente nel suo staff).

24/1/95 DIRITTO PUBBLICO DELL’ECONOMIA (23/30). L’esame è una farsa. Il prof. (?) Volpe – ancora lui – pone domande strane allo scritto, cui tento di rispondere in maniera esauriente. Gli esiti vengono esposti molto tempo dopo, senza possibilità di visionare i compiti corretti e – così almeno ci dicono – neppure di rifiutare, perché i voti sono già stati scritti sul libretto.

14/7/95 DIRITTO COMMERCIALE (26/30). Cambio del professore, anche qui giunge un economista (Candido Fois) da Venezia.
Le sue interrogazioni spaventano, quelle degli assistenti un po’ meno, tranne quelle di uno sotto il quale lo Zaltron casualmente finisce. Invece la persona si rivela estremamente seria e corretta, vuole risposte a tono e non si perde in divagazioni inutili.
L’Università sta per finire.

25/10/95 ECONOMIA POLITICA (26/30). Alle volte, come insegna la satira più intelligente, l’effetto comico si produce con la semplice riproduzione oggettiva di quanto una persona fa oppure dice. È per tale motivo che, nonostante gli innumerevoli racconti che potrei rendere sul professor Davide Cantarelli, e che qualcuno di voi conosce bene, mi premunisco di limitarmi a trascrivere alcuni passi significativi dal volume del Cantarelli intitolato Lezioni di economia politica, edito dalla Cedam di Padova nell’anno di grazia 1985 e da me studiato per sostenere l’esame. Inserito a diritto nella rubrica Parla come mangi.
– INCUBI NOTTURNI (L’ECONOMIA SPIEGATA AL POPOLO). «Il grande finanziere che esce ad ora tarda dall’ufficio dopo aver passato la sua lunga giornata a discutere con collaboratori e soci, a leggere e compulsare riservate “lettere d’affari”, analisi di mercato e finanziarie, previsioni di “futurologi” che egli può pagare, e che prima di salire sull’auto blindata fa comprare dall’autista un cartoccio di caldarroste sul braciere del castagnaro accucciato sul marciapiede, rappresenta il massimo ed il minimo di razionalità economica e degli “ingredienti” necessari per fare domande e offerte. Con tutta probabilità al mattino seguente farà partire telex con ordini di acquisto o/e di vendita che – si spera – saranno fruttuosi. Con altrettanta certezza – se è un giovanotto di secondo o terzo pelo – il piacere di mangiare caldarroste che scottano, unito all’altro un po’ malizioso di spargere le pelli sull’auto, correndo col pensiero ad anni più giovani e più felici, sarà ripagato da atroci mali di stomaco che lo terrannosveglio, non si sa se a meditare sull’errore fatto o sui piani dell’indomani». (pagg. 358-359)
– PIÙ CHIARO DI COSÌ. «Il termine inglese “income” (qualcosa che viene dentro) rende molto bene l’idea». (pag. 134)
– GUERRE STELLARI. «…quando dai “war games” degli stati maggiori, ossia dalle teorie, si scende nel fango e nel fuoco delle trincee della ricerca applicata, lo studioso, come il confessore che assolve in fretta chi da un assalto forse non tornerà vivo, deve diventare “di manica larga” e scendere a compromessi… ». (pag. 300)
– ALL TOGETHER NOW. «Il consumatore cioè acquista il bene perché anche altri lo acquistano ed egli vuole far parte dei “boys”, della compagnia, perché vuole essere anche lui sul carro della banda, su quello cioè che di solito apre il corteo». (pagg. 304-305)
– SOGNI EROTICI §1. «…la moneta è realmente neutrale, ossia è come se non ci fosse. Essa è al più come l’ultimo velo che Salomé avrebbe potuto benissimo non far cadere perché ormai tutto era visibile, se non per dare (melodrammaticamente) “forza alle proprie ragioni!”». (pag. 329)
– SOGNI EROTICI §2. «Una moneta che può non essere il velo di Salomè bensì uno scafandro che – con tutte le sue sofisticazioni e zavorre – può rendere goffo e sgraziato anche il più atletico e ben fatto dei sommozzatori». (pag. 723)
– LEOPARDIANO. «Il mercato non è una notte nella quale ci si ama e poi ci si dice addio». (pag. 346)
– ERMETISTA. «Mercati sui quali l’equilibrio può essere mai raggiunto ma sempre inseguito, e che però mercati rimangono se su di essi possono essere sempre operanti le forze che consentono questo inseguimento verso quello che come l’attimo del Dottor Faust sfugge continuamente ed al quale con il Dottor Faust verrebbe voglia di ripetere: “fermati, sei bello!”». (pag. 344, nuova edizione)
– LAPIDARIO. «Se è certo che Enrico IV di Navarra non pronunciò mai la frase a lui attribuita: “Parigi val bene una messa”, certamente Keynes invece pronunciò la frase: “nel lungo andare siamo tutti morti”». (pag. 572)
– ECCHISSENEFREGA §1. «Lo scrivente ricorda che nel corso di una visita professionale ad una piccola azienda cliente, tra l’altro anch’essa operante in un ramo di attività monopolisticamente concorrenziale, trovò uno dei titolari emergere da dietro una pila di “Pagine Gialle”, il quale esclamò visibilmente arrabbiato: “Ho appena finito di telefonare in mezza Italia a 15 imprese che producono tutte il semilavorato X. Nessuna però lo fa con le caratteristiche di resilienza che mi occorrono. Qualcuno non sa nemmeno cosa essa sia!». (pagg. 408-409)
– ECCHISSENEFREGA §2. «Lo scrivente ricorda un fatto che lo aveva molto impressionato. Trovandosi nel 1967 in Bolivia per ricerche “sul campo”, un giorno mentre rientrava nella città di Cochabamba assieme ad altri italiani, funzionari dell’Istituto del Commercio Estero, colà conosciuti, vide una giovane donna india piangente, seduta sotto un albero al lato della strada, dare ceffoni ad un maialetto che teneva in braccio, ai quali alternava abbracci e carezze dicendogli: “Perché non vali di più? Io dovevo venderti perché mi occorrono i soldi!”, accennando al bimbo che teneva nel sacco dietro le spalle. Inutile dire che in noi scattò l’istinto dei “colonizzatori poveri” ed il maialetto “passò di mano” e Juanita invece di proseguire per il villaggio, tornò indietro a Cochabamba a comprare ciò che le occorreva, mentre il maialetto, alloggiato sulla jeep, tornò in albergo con noi e dirottato verso la cucina». (pagg. 351-352)
– DÀGLI ALL’UNTORE (FINESSE OBLIGE). «In questa sede riteniamo che sia doveroso proporre una risposta un poco articolata, che giustifichi le affermazioni sopra fatte, che possono sembrare abbastanza gravi, circa la corresponsabilità diretta o indiretta di molti e non di pochi “untori”, impiccati i quali (o meglio affidati alle cure degli assistenti sociali delle Ulss (Unità Socio-Sanitarie Locali)) il problema può essere risolto». (pag. 681)
– LINGUAGGIO DA GIURISTA. «Per non nutrire complessi di inferiorità lo studente di Economia ricordi che un “coso” chiamato centro di gravità e col quale hanno a che fare i suoi ex compagni di scuola media che hanno scelto una Facoltà “scientifica” a 24 carati (Ingegneria, Scienze matematiche e fisiche ecc.) è una finzione che Dio sa quanto sia utile. Per rinfrancarlo ulteriormente gli ricordiamo che anche il calcolo infinitesimale è una finzione sulla cui utilità sarebbe cattivo gusto insistere». (pag. 39)

13/7/96 DISCUSSIONE DELLA TESI (100/110). L’apoteosi. Comunque vada, è già un successo. Si parte all’alba per non arrivare tardi al Bo’. Si aspetta per ore mentre voyeur camuffati da fotografi scattano all’impazzata i loro flash – le foto poi saranno piazzate a genitori visibilmente emozionati.
La discussione è abbastanza lunga, il titolo della mia tesi Il diritto alla riservatezza e il suo fondamento intrippa tutti: troppi. Nell’aria c’è la famigerata legge sulla privacy, che uscirà pochi mesi dopo.
Il ch.mo prof. relatore mi incasina la vita. Ma il colpo basso lo dà il prof. di diritto civile, che mi interroga sulle due tesine (all’epoca si portavano in aggiunta alla tesi), contestandomi un caso giudiziario che conosco a memoria.
La proclamazione è seguita dalla spoliazione a opera degli amici, dal salto sotto la catenella del Bo’, ora rimossa, e dallo strisciamento sotto la medesima. Quindi l’innalzamento – attualmente multabile – sul davanzale della finestra accanto al portone d’accesso al tempio della cultura, per la rituale lettura del papiro.
Per finire, gli amici mi immergono nella fontana di piazza e mi lavano con la di essa acqua, intrisa di guano volatile; quindi mi costringono a entrare in mutande nelle boutique del centro di Padova a elemosinare un lavoro.
Un assaggio di ciò che mi aspetterà, da lì in avanti: acqua alla gola e palate di merda.

quello che ho fatto