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	<title>ALESSANDRO ZALTRON</title>
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	<description>Alessandro Zaltron - cronache sentimentali</description>
	<pubDate>Fri, 16 Oct 2020 10:00:00 GMT</pubDate>
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						<title><![CDATA[Autonomia 
e cultura
in Veneto]]></title>
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			<pubDate>Fri, 16 Oct 2020 10:00:00 GMT</pubDate>
			<dc:creator>STUDIO VISUALE</dc:creator>
			<category>News</category>
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			<description><![CDATA[
        <br />
        <p>&nbsp;</p>
<p>Come abbia fatto Luca Zaia a diventare il presidente di Regione più votato della storia e non solo nel suo Veneto è fenomeno che sociologi e politologi hanno rinunciato a affrontare trovando, come spesso quando si parla di veneti, semplificazioni e stereotipi di comodo. La motivazione dello schiacciante 76% al terzo mandato sarebbe stata l’eccellente gestione-pandemia passata al raccolto della messe elettorale, ma a smentire questa ipotesi ci ha pensato lo stesso Zaia ricordando giustamente che i suoi consensi erano stellari già da prima – e comunque gli esiti non disastrosi del Covid-19 nella prima fase sono stati merito soprattutto del senso civico dei suoi corregionali.</p>
<p>Perché allora Zaia piace così tanto ai veneti? Perché è uno di loro, come loro nel modello antropologico più ricorrente, e tale immedesimazione sovrasta preferenze partitiche e appartenenze ideologiche. Uno che è venuto dal nulla – lavorava da pierre in discoteca –, si è fatto da sé esperienza dopo esperienza, è stato premiato per la cieca fedeltà alla sua azienda (la Lega Nord), è fanfarone ma non maleducato, vanesio e schietto, iperattivo come se quantità di tempo dedicato garantisse qualità dei risultati, rivoluzionario solo a parole, ha adottato il vangelo veneto “In qualche modo faremo” supplendo con la tempestività nelle emergenze a un’oculata programmazione, divulga foto di suggestivi panorami neanche fossero meriti suoi anch’essi e segnali di una speciale predestinazione della <i>razza</i> veneta; uno che parla volentieri il dialetto, qui metodo più di delimitare un’affinità che rimarcare una barriera tanto che molti immigrati si esprimono in veneto, ama il prosecco e frequenta sagre di ogni tipo, dà l’idea di essere raggiungibile da chiunque come qualsiasi magnanimo <i>par</i><i>ó</i><i>n</i> e fa leva sull’orgoglio patrio dell’alacrità indefessa. “Da noi non è normale pagare qualcuno perché resti sul divano” ha tuonato per deprecare l’assistenzialismo statale, peccato non abbia ricordato altre cose che succedono in Veneto e non sono normali: una superstrada, originariamente autostrada, progettata cinquant’anni fa e attualmente in corso con livelli di devastazione territoriale connessi all’innesto in una saturazione urbanistica irreversibile, arteria che secondo alcuni calcoli costerà nei prossimi anni quattro volte i tre miliardi iniziali preventivati <i>ovviamente</i> a carico dei cittadini; l’inquinamento di falda acquifera più grave in Europa grazie a Pfas e cromo esavalente allegramente sversati per decenni da incoscienti votati al profitto; la percentuale di cementificazione più alta d’Italia – record nazionale di suolo consumato anche nel 2019 –, con drammi idrogeologici a uno scroscio più forte di pioggerellina primaverile. Naturalmente le responsabilità non sono ascrivibili per intero a Zaia anche se la Superstrada Pedemontana Veneta è “merito” suo che di sicuro non l’ha bloccata, l’ininterrotto inquinamento di aria e acqua è “sfuggito” ai controlli pubblici in primis regionali, i posti letto negli ospedali sono scesi del 25% negli ultimi suoi dieci anni, la Tangentopoli del Mose per Venezia è avvenuta lui vicepresidente della Regione con la presidenza Galan; ma quel che preoccupa è il futuro, visto che nel programma elettorale zaiano non v’è traccia per esempio di investimenti nel buon governo delle acque o in previsione di crisi sismiche, e il primo punto delle sue promesse riguarda incredibilmente l’autonomia del Veneto.</p>
<p>Da veneto, m’inquieta che la priorità di un mondo interconnesso sia l’elogio del distacco e che in una società la cui mescolanza è ricchezza occorra ribadire un’identità – quale, poi, visto che ogni campanile fa nazione a sé e parla una sua <i>lengua</i> veneta?</p>
<p>Fino alla caduta della Repubblica Serenissima (1797), il Veneto è stato il trionfo del cosmopolitismo, era l’incrocio di tutte le rotte e dietro ai commerci venivano le idee, la cultura, le innovazioni. A Venezia nacque l’editoria grazie a Aldo Manuzio che vi inventò il libro portatile (oggi “tascabile”) e codificò la punteggiatura che ancora usiamo a distanza di cinquecento anni; dal Veneto si irradiarono in ogni dove Tintoretto, Giorgione, Tiziano, Canaletto, Tiepolo, Mantegna, Lotto, Carpaccio, Veronese, Da Ponte in pittura, lo scultore Canova, Palladio per l’architettura, l’incisore Piranesi, e Vivaldi, Albinoni, Galuppi, Lorenzo Da Ponte nella musica. Monsignor Della Casa ha scritto da queste parti il <i>Galateo</i>, Casanova ha codificato la seduzione, tra gli altri letterati si annidano Goldoni, Foscolo, Ruzante, Fogazzaro. E Marco Polo, Caboto e Pigafetta, che esplorarono il globo terracqueo?</p>
<p>Ecco, spirava un afflato di apertura al mondo. La stessa Serenissima, che meno democratica non si poteva, si era dotata di una tra le legislazioni più liberali del tempo e nella sua città-gioiello convivevano pacificamente etnie e religioni tra loro distantissime. Che estraneità i proclami autonomistici attuali, parlare di separazione, di prendere le distanze, di non aver nulla a che fare, o il poco burocratico indispensabile, con chi sta fuori. È un segnale di insicurezza trasmesso dalle dominazioni ottocentesche freneticamente succedutesi e coerente con la forte permeazione del cattolicesimo, che più di altre religioni abitua alla sottomissione, al fatalismo, al vada come deve andare tanto poi c’è una vita di scorta per riscattarsi. Sia come sia, il veneto orgoglioso della propria identità tanto meno netta quanto più contaminata è gradualmente degradato in macchietta, il poveraccio morto di fame, contadino ignorante tutto braccia e poco cervello votato alla sudditanza. Ci sarà un motivo se fino a pochi anni fa la servetta ossequiente dei film era veneta!</p>
<p>Tolta una parte della stagione repubblicana, diciamo quella di Mariano Rumor, il Veneto è divenuto politicamente insignificante, a seguito dell’opinione localmente accreditata che chi si dà al settore pubblico è uno svogliato, un parassita senza arte né parte, un poltrone. Lo sviluppo imprenditoriale impetuoso ha assorbito le migliori energie e i più brillanti talenti veneti dal ’60 in avanti e con immotivato stupore ci si è ritrovati totalmente non rappresentati nella pubblica amministrazione dai livelli massimi a quelli operativi e poi nella politica che conta. La Liga Veneta era prosperata sulla frustrazione di una ricchezza che si andava diffondendo scollegata dall’autorevolezza assente invece sullo scacchiere nazionale; è nata lì l’idea di una diversità che andava sbandierata per creare fratture anziché fruttifere interconnessioni, la condizione di un arroccamento soli-contro-tutti da città murata a dispetto della solidarietà espressa da un volontariato diffuso e nonostante l’internazionalismo portato dalle aziende locali lanciate alla conquista del mondo.</p>
<p>Per non tornare indietro, Zaia, senza lamentarsi delle risorse disponibili, le usi al meglio, anche perché tanto poche non sono come si evince dal suo report contabile pre-elettorale; invece di annunciare strappi, collabori con il Governo per il riconoscimento delle giuste istanze – lui stesso è stato ministro della Repubblica pur preferendo tornare anzitempo nel suo reame; piuttosto che reclamare la concessione di un’autonomia che riconosca le peculiarità venete, le valorizzi queste specificità e <i>eccellenze</i> come va di moda dire abusandone.</p>
<p>La sindrome dell’oppressore da cui emanciparsi è una cosa da servi, i popoli evoluti dovrebbero coltivare l’ambizione di acquisire una primazia basata sulla cultura e l’intelletto.</p>
<p>Zaia alle ultime elezioni ha confermato il suo strapotere personale ma se vuole che sia la Regione a spiccare, e non ancora e soltanto per i <i>schei</i>, lavori sulla cultura, formi menti, sforni artisti, sostenga iniziative che non rimandano a un Veneto folcloristico infarcito unicamente di mediocri recite vernacolari, sfilate alpine, fanfare pacchiane, mostre di formaggi, rievocazioni in costume con lance di cartone e corazze di stagnola, eviti insomma tutto ciò che ci riporta alla servetta anni ’50 anziché ai possibili Goldoni e Palladio del 2020.</p>
<p><b>Alessandro Zaltron</b></p>				]]>
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						<title><![CDATA[La cura]]></title>
			<link>			</link>
			<pubDate>Sun, 07 May 2017 10:00:00 GMT</pubDate>
			<dc:creator>STUDIO VISUALE</dc:creator>
			<category>News</category>
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			<description><![CDATA[
        <br />
        <p>&nbsp;</p>
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<p>Ero andato a seguire un trionfale concerto dei Cure a Treviso e tornavo verso casa a tarda ora. Avevo riaccompagnato la mia ragazza a Possagno, era una notte da lupi di nebbia e pioggerellina bastarda. Affrontando il ponte di Crespano del Grappa, famoso per i suicidi e per gli incidenti stradali – la settimana dopo avrebbero rettificato quella curva micidiale –, persi il controllo della mia potente Y10 modello Mia dotata di interni in alcantara, acquistata da sei mesi con mutuo decennale nell’euforia dei miei primi stipendi di giornalista. Alle due passate di mattina transitava un’unica auto, in senso opposto, e sincronicamente ci scontrammo. Un bel frontale nel quale riportai la peggio.</p>
<p>Essendo senza cinture, il colpo mi proiettò lo sterno addosso al volante e la fronte contro lo specchietto retrovisore. Fu una lotta intensa, breve e vittoriosa. Per lo specchietto, che distrusse la mia tempia con una lacerazione dalla quale cominciò a fiottare una quantità di sangue mai vista, così, tutta assieme. Scesi quasi subito e la condizione delle auto non era buona, no; la ragazza che avevo centrato mi sembrava invece del tutto integra: neanche il tempo di scusarmi e lei brandiva il modulo della constatazione amichevole.</p>
<p>Una scena incongrua. Notte, freddo, silenzio rotto solo da “There is a light that never goes out” degli Smiths in audiocassetta che usciva dalla portiera spalancata della Y10; la mia testa rotta e sangue che la pioggia diluiva ovunque, sui vestiti, sui capelli, sull’asfalto. E la tizia che reclamava il mio nome su quella carta. Cercavo di spiegarle. Forse era il caso che mi facessi medicare. Lei non ci sentiva, probabilmente temeva che il decesso mi avrebbe impedito di firmare.<br>Nel frattempo scoprii che Crespano è una località insospettabilmente ben frequentata verso l’alba. Passarono alcuni automobilisti che rallentarono e, scansando con cura le nostre lamiere allacciate, constatarono che il sangue abbondava. Passarono oltre soddisfatti. I cellulari non esistevano, mi ricordai di una cabina pubblica che era però abbastanza lontana e io non avevo gettoni o monete per telefonare. A piedi non ci sarei mai arrivato da solo.</p>
<p>Mi sentivo stranamente calmo, come Kevin Spacey in “American Beauty” quando comprende che il senso della vita è viverla fino in fondo e che la morte potrebbe essere un accidente non poi così serio. Mentre mi arrabattavo nel tenere a bada con un fazzoletto l’emorragia di sangue e col silenzio la ragazza che berciava sempre più stridula, avanzò una Golf bianca. Il ventenne alla guida si fermò, abbassò il finestrino, s’informò se c’era bisogno di aiuto. Gli spiegai in due parole cos’era successo. Mi fece salire e mi accompagnò alla cabina telefonica. Nel tragitto venni a sapere che anche lui era stato con la fidanzata al concerto dei Cure.<br>«In macchina stavi ascoltando gli Smiths, vero?» domandò gentile.<br>Se mi disse il suo nome, non lo ricordo. Mi mise in mano la moneta per telefonare. A titolo di riconoscenza gli lasciai il sedile insanguinato. Chiesi i suoi riferimenti per poterlo risarcire e ringraziare meglio. Lui rispose che non importava. Ripartì piano con la sua Golf dopo essersi accertato che fossi riuscito a comporre il numero di casa.</p>
<p>Il resto avvenne velocemente. Arrivò l’ambulanza, tamponarono la mia povera testa, mi portarono all’ospedale di Bassano per una selva di punti di sutura di cui conservo ancora ampia cicatrice sulla tempia sinistra. Avevo perso una quantità esorbitante di sangue e i medici si meravigliarono che non fossi svenuto. Gli spiegai che la tipa del frontale mi aveva tenuto sveglio con le clausole della constatazione amichevole e in ambulanza, per non perdere i sensi, avevo ripetuto a raffica gli articoli del codice penale che stavo studiando per un esame. Il diritto serve sempre, nella vita, un po’ come il latino.<br>Ah, da allora allaccio sempre le cinture di sicurezza. Anche se devo restare parcheggiato. E non ho più ascoltato gli Smiths in macchina perché, non so, mi pareva portassero sfiga.</p>
<p>La tizia ottenne dall’assicurazione un risarcimento che le consentì di mettere su casa nella Pedemontana. Che io fossi ancora vivo non credo le importasse molto; ma non me la prendo, lei l’avevo rimossa fino a questo momento. Il mio pensiero è invece andato spesso negli anni al ragazzo che, forse, mi ha salvato la vita e a cui ho imbrattato l’auto profumata e ben tenuta.<br>Vorrei ringraziarlo ancora e dirgli che ho finalmente capito cosa è accaduto quella magica notte del 1992. Ho capito che tra le persone esistono armonie segrete di solidarietà e che la musica spesso aiuta a farle risuonare. Perché la musica non renderà migliori ma di sicuro rende attenti, ricettivi, propensi all’ascolto – perfino delle domande mute.</p>				]]>
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						<title><![CDATA[La lettera d'amore]]></title>
			<link>			</link>
			<pubDate>Fri, 17 Mar 2017 11:00:00 GMT</pubDate>
			<dc:creator>STUDIO VISUALE</dc:creator>
			<category>News</category>
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			<description><![CDATA[
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        <p>&nbsp;</p>
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<p>Mi aveva appena mollato. Era stata una storia intensa che lei sembrava lasciarsi rapidamente alle spalle. Sosteneva che fosse perché, mentre io manifestavo alternativamente di tenere a lei e di poterne fare a meno, aveva avuto tempo per convincersi che non le interessava una storia part-time. Me lo comunicò e mi parve una liberazione – se non altro dalle sue scenate di gelosia. La settimana dopo ero distrutto.<br>La mia caratteristica principale è rimpiangere ciò che ho perduto anziché apprezzarlo quando ho la possibilità di viverlo; finisce così che ci metto maggior lena nella riconquista di chi era mio piuttosto che cercare di conservarlo quando la sua disaffezione verso di me non si è ancora manifestata. Stabilii di recuperare la situazione: in fin dei conti, ero riuscito una volta a fare breccia nel suo cuore; cosa mi avrebbe fermato ora che la conoscevo meglio e avevo più carte da giocarmi? Partii dalle carte che mi erano congeniali, quelle scritte con l’inchiostro della passione: composi per lei una commovente favola buffa. Il problema, adesso, era come fargliela avere. Lei scansava gentilmente ogni mio invito a incontrarci e la variante dell’“imboscata” me l’ero già giocata due o tre volte, senza peraltro scalfire la sua determinazione a evitarmi.</p>
<p>Era da poco andata a vivere in un palazzone con decine di appartamenti, collegato ad altri due palazzoni gemelli con altrettanti appartamenti. Ci avevo messo piede un paio d’anni prima, perché nella stessa casa all’epoca abitava un suo fratello. Mi presentai davanti alla recinzione del complesso cementizio un pomeriggio estivo, nell’ora in cui sapevo che lei era sicuramente al lavoro. Scavalcai il cancello non troppo alto. Nessuno in giro: bene. Ora c’era il problema di individuare il palazzone. Ero abbastanza certo che fosse quello centrale. Il portone vetrato, però, era chiuso, e dovevo superarlo per accedere alle cassette della posta, schierate come soldatini sull’attenti lungo la parete che fronteggiava l’ingresso. Provai ad aspettare che qualche persona entrasse o uscisse, come provvidenzialmente avviene nei film. La mia vita non è un film, colonna sonora a parte: non arrivò anima viva. Premetti tre campanelli in successione prima che qualcuno facesse risuonare lo scatto elettrico del portone. “Posta!” avevo sussurrato qualche istante prima al citofono, vergognandomi di usare questo mezzuccio. Finalmente dentro… Peccato che, delle 28 cassette – sette per piano –, nessuna riportasse il nome della mia amata, o una sigla utile a identificarla. Non mi restava che infilare direttamente la busta sotto la porta del suo appartamento.</p>
<p>Feci mente locale. Il piano lo raggiunsi senza esitazioni, era il secondo. La posizione del bilocale la individuai ricostruendo l’angolazione dell’abbraccio che ci eravamo scambiati a suo tempo, sulla soglia. Aprii la busta controllando nuovamente che dentro ci fosse il foglio giusto, la feci strisciare nello spazio fra la base della porta e il pavimento, rimisi a posto lo zerbino e sgusciai fuori, come un ladruncolo nella notte.<br>Passai le successive ore in trepidazione. Nessuna donna avrebbe potuto resistere a una lettera così toccante.</p>
<p>Nei giorni seguenti attribuii all’orgoglio di lei il suo insopportabile silenzio. A settimane di distanza caricai di odio la sua insensibilità, talmente sadica da spingerla a non darmi riscontro, anche solo nella forma asettica della attestazione di ricevimento.</p>
<p>Sette mesi dopo la rincontrai, fra le scansie di un supermercato. Direi incontro fortuito, non fosse che da quando ci eravamo lasciati lo frequentavo più di quanto frequentassi lei prima, sapendo che era il posto dove di solito faceva la spesa. Il supermercato era l’unica uscita concessa al mio ostinato ritiro casalingo nel dolore. Lei scrutò il mio carrello ignorando che la scatola tonda di biscotti danesi sarebbe stata la numero dodici nella dispensa della mia piccola cucina. Tutte blu.<br>«Non ti sei più fatto vivo» mi trafisse.<br>Dopo l’umiliazione, la presa in giro!<br>«E cos’altro dovevo fare, oltre a recapitarti a domicilio un pezzo della mia anima?».<br>Avevo letto da qualche parte che a tirare in ballo l’anima si fa spesso breccia nell’immaginario femminile. Non si aprì alcuna breccia, e nemmeno uno spiraglio: dal suo sguardo sinceramente stupito dedussi che non aveva idea di cosa io parlassi. Bastarono poche parole per definire che avevo portato la lettera nel posto sbagliato. Secondo piano! Avevo scelto l’appartamento esattamente sotto al suo.</p>
<p>In seguito ripensai molte volte a quell’episodio e non tanto perché convinto che un appropriato recapito ci avrebbe fatti tornare insieme; riflettevo piuttosto che era uno di quei molti equivoci banali capaci di frantumare inconsapevolmente un amore. Tanta fatica a costruirlo e un soffio di vento lo rade al suolo – o un numero civico invertito. Mi consolai considerando che forse, ora, c’era qualcuna che brandiva la mia dichiarazione d’amore giuntale per sbaglio come un messaggio stuzzicante dentro una bottiglia alla deriva. Magari quell’ignota destinataria si era innamorata di me senza neanche sapere chi fossi. Bastava solo andarle incontro.<br>Uscii dal supermercato e tornai fuori nel mondo a vivere, col più bel sorriso stampato addosso.</p>				]]>
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						<title><![CDATA[13 luglio]]></title>
			<link>			</link>
			<pubDate>Thu, 16 Mar 2017 11:00:00 GMT</pubDate>
			<dc:creator>STUDIO VISUALE</dc:creator>
			<category>News</category>
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			<description><![CDATA[
        <br />
        <p>&nbsp;</p>
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<p>Sto attendendo la telefonata di mia madre. Chiama ogni anno, puntuale ancor più che il giorno del mio compleanno. Il 13 luglio è l’anniversario della mia laurea e chissà perché per lei è una data così importante. La spiegazione più semplice è che una volta laureato iniziava una nuova vita per me e anche per i miei. Certo, lavoravo da sei anni e mantenevo me contribuendo al bilancio familiare, ma scrivere non è propriamente un lavoro. Un lavoro è quella cosa in cui qualcuno ti assume, ti versa dei soldi in un giorno fisso del mese e ti dà una tessera di plastica rigida che tu possa passare sotto una macchinetta quattro volte al giorno.</p>
<p>Chiudere l’università era lo spartiacque più importante che avessi incontrato. Tanto studio, esami da superare illesi come dopo una roulette russa, angherie e baronati, e soprattutto la sottile arte del conciliare, di amalgamare i tempi. Le mie giornate iniziavano in redazione a metà mattina, a ricevere indicazioni dal caposervizio, fare qualche telefonata e uscire a cercare notizie. Questo mi piaceva, andar fuori, parlare con le persone, confrontarmi con assessori e occupanti abusivi di edifici, alla ricerca delle ragioni di tutti, banditi con bandana o in doppiopetto. Dopo pranzo mi mettevo a scrivere, tempestando i tasti della mia antica Olivetti: tre, quattro, cinque articoli in doppia copia con carta carbone per conservarne traccia. Scrivevo veloce a costo di sbagliare perché ci mettevo meno a passare il trasferibile di cancellino bianco che a digitare piano per prevenire errori di battitura. A metà pomeriggio portavo in bici i miei pezzi in redazione, rincasavo e in “sala” – la stanza più fredda della casa, inutilizzata in assenza di ospiti di riguardo – aprivo il Trabucchi, il De Cupis, il Burdese o il libro che era. In ragione di questa organizzazione della giornata, frequentai i corsi universitari solo il primo anno e neanche tutto, per il resto andavo a Padova a seguire le sessioni degli esami che avrei dovuto affrontare e a sostenerli a mia volta. Ero sempre di corsa, dal Bo alla stazione e viceversa, per prendere i treni al pelo. D’inverno e d’estate, con le mie camicie floreali a mezze maniche che sarebbero finite a sfottò sul papiro di laurea. Quando superavo l’esame, mi concedevo un giro al 23 a prendere cd e ellepì che costavano poco perché avevano un angolo della copertina bucato – o forse lo bucavano apposta perché il disco non potesse essere rivenduto a prezzo pieno. Trovavi di tutto, da Belinda Carlisle ai Doctor and the medics, più i bootleg degli U2 che contenevano fruscii ovattati e anziché di Bono, la voce, da quanto indistinguibile, sarebbe potuta essere quella di Califano. Padova l’ho vissuta in superficie triangolando le mie tre mete, sempre quelle.</p>
<p>Finita la discussione della tesi mi misero in mutande e mi fecero passare sotto un tunnel di braccia per prendermi a calci. Mi costrinsero a strisciare sotto la famosa catenella del Bo, quella che se la saltavi prima di finire gli esami non ti saresti laureato più – e infatti io l’avevo saltata dal primo giorno in avanti per rivendicare il mio ateismo in fatto di cabala. Quel 13 di luglio m’issarono sul cornicione di una delle alte finestre esterne a declamare il papiro, pratica oggi vietatissima. C’erano un po’ di amici, un manipolo di parenti e soprattutto i miei colleghi neolaureati o laureandi di lì a poco. Anche la mia fidanzata di allora, scesa apposta dal rifugio trentino dove faceva le stagioni e per amore della quale avevo coperto a piedi la distanza fra Pinzolo e il rifugio Dodici Apostoli affrontando persino un tratto di cordata. Terminati i riti partì la processione. I compagni mi spinsero, in mutande, a chiedere un posto di lavoro nei negozi più fighetti del centro: fortuna che due giorni prima avevo comperato il primo paio di boxer della mia vita, perdipiù firmati, ai Magazzini Berton di Bolzano Vicentino, assieme alla prima cravatta non da bancarella. Infine, bagno nella fontana di piazza delle Erbe, fra schitti flottanti sull’acqua e opacità lattiginose su cui preferii non indagare. La festa si chiuse in un bar poco lontano, attorno a una tavolata marcata da scodelle e vassoi con stuzzichini, e la distribuzione di confetti rossi che anche ai non superstiziosi portano bene. I miei coetanei maschi mi presero a braccia sollevandomi di forza a mo’ di missile per spararmi verso un futuro che mi era incognito.</p>
<p>Il mio futuro cominciò il giorno dopo dalla valigetta portadocumenti che Livia aveva ribattezzato ventitré ore e mezzo dato che la sua fattura meschina e i materiali poveri di cui era costituita la collocavano un gradino al di sotto della ventiquattrore. Era una mattinata calda con il cielo immacolato. Poggiai sul divano la borsa nera, la aprii, recuperai la tesi voluminosa, i documenti, gli appunti. Accatastai in salotto tutti i libri dell’università. Ci sono pochi gesti definitivi come riempire scatoloni destinati alla soffitta. Per quanto pensi di disporli ordinatamente in funzione di futuri ripescaggi, sai che la prossima volta lo scotch verrà tagliato in occasione di un trasloco – compreso quello ultimo, dopo il tuo funerale.</p>
<p>La caratteristica di momenti e passaggi obbligati è la consapevolezza che qualcosa sta ineluttabilmente per accadere, accompagnata all’impreparazione nel fronteggiare eventi inattesi. Avevo studiato legge perché il mio idolo al ginnasio era Kafka – darsi sempre riferimenti alti! – e ora non sapevo dove aggrapparmi. Ero quasi un veterano del giornalismo eppure sentivo di dover fare nuove esperienze, di ampliare le mie conoscenze sulla scrittura. Decisi che avrei tenuto le orecchie ritte e intanto mi sentivo svuotato di obiettivi nell’immediato. Capivo che andavano prese decisioni che avrebbero potuto rivelarsi capitali, e non ero nello stato d’animo nemmeno di scegliere il gusto delle palline di gelato.</p>
<p>Nel dubbio scesi in garage, presi la fida bicicletta. Uscii per le strade di San Vito, senza meta, simulando senza accorgermene il girovagare che mi attendeva nella vita da adulto. Pedalavo offrendo il viso al sole. Inspiravo il profumo dei pini marittimi, traboccanti di chiome da quasi ogni giardino. Imboccavo vie poco frequentate studiandone la fisionomia, la successione delle case, l’alternanza geometrica delle auto parcheggiate davanti ai cancelli. Seguivo con gli occhi gli scatti di qualche gatto che s’infilava tra i paletti delle ringhiere. Rallentai, mi sembrava di essere felice. I pensieri sul mio futuro si ridimensionarono come stelle scrutate da un altro pianeta. Il mio futuro cominciava lì, in quell’istante di beatitudine. Avrei affrontato ogni cosa a venire con lo stesso spirito di rilassata attenzione, dove divagare è solo il modo più breve per giungere a un approdo.</p>
<p>Suona il cellulare. “Casa”. È mia madre, mi fa gli auguri. Trovo il coraggio di chiederle perché per il ventitreesimo anno si sia ricordata di questa ricorrenza. Lei esita un attimo e dice «Non so, non so perché mi è rimasta in mente proprio questa data». E allora penso che tutta la costruzione di cui sopra non c’entra niente, nessun valore simbolico. Il 13 luglio è un giorno come un altro e fissarlo nella memoria uno sfizio che non va spiegato, un po’ come tutti i ricordi.</p>				]]>
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				<item>
						<title><![CDATA[Notte prima degli esami]]></title>
			<link>			</link>
			<pubDate>Mon, 20 Jun 2016 10:00:00 GMT</pubDate>
			<dc:creator>STUDIO VISUALE</dc:creator>
			<category>News</category>
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			<description><![CDATA[
        <br />
        <p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A inizio anni Ottanta mi venne il trip dell’esperanto, questa lingua artificiale inventata da un medico polacco, Zamenhof, e decisi di impararla. Mi procurai grammatica e vocabolario e iniziai a studiare. La mia maestra delle elementari venne a saperlo e mi introdusse nel Movimento federalista europeo, di cui faceva parte. Se volevo approfondire una lingua unificante, per forza di cose ero pronto a lottare per l’Europa unita!<br>Le riunioni si tenevano in un palazzo storico in Angarano cui si accedeva da un cancelletto mezzo divelto che apriva su arbusti lasciati a se stessi. Alle riunioni serali mi accompagnava, con la sua Panda traboccante di profumi speziati, una signora siciliana, piccola e un po’ storta; lavorava come impiegata in una ditta di metalli, viveva da sola e si affezionò a me come a un figlio putativo affidato a tempo determinato. L’animatore del gruppo era un brillante professore di ginnastica che aveva importato in Italia la pratica dello yoga.<br>Siccome ero l’unico under 50 e mi annoiavo abbastanza, fu creata la sezione “giovani federalisti europei”. Mi piaceva scrivere, quindi delegarono me a fare i comunicati sulle attività dell’associazione. Li scrivevo nella nuova sede di via Museo&nbsp;su una macchina per scrivere mancante di alcune lettere che andavano integrate a mano e li portavo nella redazione del più diffuso quotidiano locale. Il capo della redazione, vedendomi la seconda o terza volta, mi disse «Quanti anni hai?». Ne avevo tredici, dissi quattordici. Ne dimostravo otto. «Sei bravo, ma sei troppo giovane, ripassa fra qualche anno». Ripassai dopo qualche anno chiedendo di quel giornalista, ma nel frattempo lui aveva fatto carriera ed era passato in un’altra redazione. Il mio debutto nei quotidiani sarebbe slittato.<br>È questo motivo – la mia fedele militanza volontaristica europeista – che mi guadagnò un viaggio in giro per l’Europa a conoscere coetanei. Correva l’anno 1988 e, da ragazzo giudizioso, pensai subito: non è che andarmene dieci giorni, l’ultimo anno delle superiori, pregiudicherà il mio esame di maturità? La preside, giovane bella rampante, mi diede il suo ok; la professoressa che stimavo sopra tutti aggiunse: vai pure, tanto oltre il 46 non prenderai comunque. L’incazzatura, per me, è una ricarica meglio della Duracell. Rinunciai al viaggio e dissi: gliela farò vedere io!<br>Riassumendo, i miei problemi a 18 anni erano due: 1) uscire dalla maturità con un voto alto, più di 46; 2) entrare nelle grazie di una mia compagna di classe di cui ero cotto dalla gita di tre giorni a Firenze. Quanto all’esperanto, avevo abbandonato l’idea di impararlo, anche perché nessuno l’avrebbe parlato con me.<br>K. era la più brava della scuola e la più secchiona della classe ma quell’anno si sentiva profondamente insicura e si appoggiò alla mia amicizia come fa un sontuoso glicine attorno al ramoscello secco che senza nessun merito le vegeta accanto. Ci vedevamo quasi ogni giorno perché lei portava a spasso il cane di sua nonna e all’andata o al ritorno, passando davanti a casa mia, suonava il campanello. Mi sporgevo dalla finestra del salotto, dove di solito mi mettevo a studiare, scambiavamo due idiozie e scendevo per accompagnarla un tratto. Di quelle chiacchierate itineranti ricordo davvero pochissimo: le mie facoltà unitasking di individuo puberale erano concentrate sulla massa spinosa dei suoi capelli biondissimi, sulla piega all’ingiù delle sue labbra sottili, sulle gambe abbronzate che gli short chiari valorizzavano (e sul suo imperioso seno). Aveva una camminata fluida e allo stesso tempo marziale, mi prendeva in giro dolcemente, con impennate di cattiveria, e mi parlava di altri ragazzi arginando subito la mia gelosia con dita dalle unghie mangiucchiate che si posavano più del necessario sui miei polsi, attorno agli avambracci, sulle mie guance imberbi.<br>Arrivai ebbro e anestetizzato alla vigilia della maturità. Non avevo grandi ansie per il mio esame, ero preoccupato invece per K., che vedevo sempre più tesa, schiacciata dalle aspettative degli altri che non le spegnevano il sorriso e in compenso le sottraevano troppe ore di sonno. Una sola scena conservo del mio esame: il commissario esterno che impernia l’interrogazione su una nota a pie’ pagina del manuale di letteratura greca. K. non fece una grande prestazione né agli scritti né all’orale ma prese 60 e le spettava, honoris causa se non altro (conquistò il 60 anche C., autrice di uno strepitoso recupero). Al secondo posto ci classificammo io e il mio amico e compagno di banco Pat, quello che beccava 10 in condotta quando io prendevo 8 e quindi non si capiva con chi cavolo facessi casino.<br>Un 54 di tutto rispetto, podio condiviso con onore, anche se poteva scapparci di più – ma 6 punti di stacco da K. ci stavano in ossequio a gerarchie sedimentate nel corso del ginnasio e del liceo. K. e io festeggiammo con una biciclettata di vento ai capelli attorno al cimitero di San Giacomo e da allora il momento magico sbiadì. Lei non aveva più così bisogno di me, mi presentò un’amica che ci misi troppo tempo ad amare come meritava e che lasciai dopo dieci anni, quando avrei potuto amarla come mi aveva insegnato. Ho rivisto K. la scorsa estate a un aperitivo di liceo. Mi è sembrata serena e molto consapevole. Ci siamo punzecchiati sorseggiando una spremuta.<br>Non ho mai avuto incubi legati alla maturità.</p>				]]>
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						<title><![CDATA[Vigilia di Natale]]></title>
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			<pubDate>Fri, 18 Dec 2015 11:00:00 GMT</pubDate>
			<dc:creator>STUDIO VISUALE</dc:creator>
			<category>News</category>
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			<description><![CDATA[
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<p>Cara C.,<br>sono fermo sul bordo della strada, nella rientranza di un campo incolto. La pioggia è insistente e il tergicristallo si agita con un leggero cigolio. Alla mia sinistra quella casetta c’è ancora. Avrà vent’anni, ormai. Quando passavamo di qui assieme, ci piaceva pensare che l’avessero progettata degli elfi o qualche bizzarra creatura con un senso tutto suo delle proporzioni. Per le misure ridotte e le tinte sgargianti dei muri e dei coppi sembrava una di quelle dimore di marzapane che trovavamo nei mercatini di Bressanone a Natale. Eppure nessuno rallentava per osservarla, su questa strada Feltrina a velocissimo scorrimento.</p>
<p>Non è cambiato molto da allora, tranne la selva di antenne che si contendono le falde spioventi del tetto. Accanto sfrecciano camion grossissimi che faticano a rispettare la mezzeria. La mia auto si scuote al vento sollevato dal loro passaggio. Spengo il tergicristallo e le gocce cominciano a scivolare in ordine sparso sui vetri, rendendo tremolante la vista del panorama. È la giusta misura di distacco che serve; una visione gelatinosa del mondo, seppiata come le foto di Instagram.<br>I social network: già, allora non esistevano. Ci tenevamo in contatto attraverso i telefoni della Sip, tozzi e di un grigio triste. Il tuo stava su un tavolinetto in cucina e dovevi abbassare la voce per dire cose dolci che tua madre non potesse sentire; il mio svettava nel mezzo di un centrino sferruzzato a mano sulla cassapanca lungo la parete del corridoio, vicino all’ingresso. Erano conversazioni in cui avevamo sviluppato un linguaggio nostro, a volte criptico, per una sorta di pudore che ci accomunava. L’importante era che ci capissimo noi, ogni altra incomprensione ci pareva irrilevante.</p>
<p>Come ci siamo conosciuti, probabilmente lo ricordi bene. Ciò che non sai, spero non ti dispiaccia scoprirlo dopo così tanto tempo. Ci aveva presentato un’amica, o meglio ci aveva incuriosito reciprocamente. Parlava a te di me e di te a me. Trovava insospettabili affinità, perfino nel modo in cui impugnavamo la forchetta. Aveva stabilito che fossimo fatti l’uno per l’altra. Un giorno decisi di scriverti: ti comunicai che non ne potevo più di questo gioco per farci piacere a distanza, che non ero interessato a trovare una morosa e tantomeno a selezionarne una che mi somigliasse. Il tono era ironico ma anche un po’ saccente, tipico dell’età. Chiesi alla comune amica di consegnare la busta, non volevo neppure conoscere il tuo indirizzo. La risposta non si fece attendere: eri senza dubbio un tipetto. Mi informavi che per te valeva la stessa insofferenza verso ogni decisione forzata e che ero proprio maleducato a scrivere una lettera con la macchina anziché a mano. A diciott’anni non si sogna ancora una vita facile e ogni ostacolo, ogni resistenza sono sfide troppo invitanti; divenne per me urgente impormi alla tua attenzione, piacerti.<br>Per quello scelsi di raccontarti una bugia, marginale ma determinante.<br>Ti raccontai del tuo capello biondocenere rimasto impigliato fra le pagine del taccuino che portavo sempre con me. Ti dissi che aprendolo per dedicarti una poesia mi ero lasciato ispirare da quella traccia esile di te e che le parole gemmavano come foglie rigogliose lungo il suo fusto. Fu questa delicatezza, mi confessasti mesi dopo, a smuoverti, a rivelarti che non ero il solito idiota con l’approccio facile, e che meritavo una possibilità.</p>
<p>Mi sembra ne sia valsa la pena, che dici? Cominciarono subito dopo le gite a Caorle per fotografare la spuma del mare a febbraio, le lunghe chiacchierate nella pasticceria chiamata “I sguelti” in omaggio alla lentezza esasperante dei camerieri, i pomeriggi d’estate a scaldarci le ossa distesi lungo il Brenta, gli esami preparati assieme e le intrusioni a sorpresa dentro cortili di Padova svelati da un portone accostato, nelle vie della città vecchia. La prima vacanza assieme sulla punta dell’Istria, ospitati da un’affittacamere così premurosa che di questo modello non ne fanno più. Ricordo che, non contemplando l’esistenza dell’aria condizionata in macchina, ci invitava a fermarci di tanto in tanto sotto la chioma di una pianta per rinfrescarci.<br>Di vivere assieme l’abbiamo deciso dopo aver adocchiato proprio questa casetta. Allora non pioveva: anzi era una giornata fantastica di aprile, l’aria frizzantina temperata dal sole attaccato a un cielo color indaco. «Qui mi piace» dicesti e fu naturale dedurre che includevi me nel desiderio di trasferirti lì. La casetta dei puffi era in costruzione, quasi finita, ma il padrone non la affittava. Del resto, non avremmo potuto permettercela, freschi laureati con le speranze intatte dentro tasche vuote. Cercare casa fu la cosa noiosa più bella che abbia condiviso con qualcuno; trovammo alla fine la nostra collocazione, una piccola mansarda in cui tutto ciò che mancava non ci era necessario. La abitammo per tre anni.</p>
<p>Cosa ci è accaduto dopo? Per confondere le lacrime abbasso il finestrino così che la pioggia rimbalzando sulla lamiera mi bagni la faccia. Controllo lo specchietto retrovisore e in una tregua del traffico apro la portiera. Prelevo l’oggetto posato sul sedile di destra, lo soppeso: sono lievi le sofferenze, almeno quanto il sollievo di averle scampate.<br>Mentre dallo stereo della macchina escono ovattate le note di <i>Come away with me</i> di Norah Jones, la canzone del nostro addio, attraverso la strada schivando i camion pieni di ghiaia. Dal ciglio opposto parte il prato in lieve pendenza, lo taglio in diagonale per raggiungere il boschetto più su, che vigila sulla casetta di marzapane.<br>Anche se tutto quello che si conclude oggi è nato da una mia bugia, ti giuro che non me ne pentirò. Lo so, lo so cosa faresti adesso… le promesse perentorie ti strappavano un disarmante sorriso. Sorrido pure io. Svito il vaso, me l’ha consegnato il notaio dicendo che era la tua ultima volontà.<br>La scena non è come l’avevo pensata: la pioggia impedisce di sfarfallare ai tuoi frammenti, comprese le chiome con cui mi coprivi la faccia per trasformarmi nel cugino Itt e quel capello ribelle che non è mai finito nel mio quadernetto. Ma forse è meglio così, ti unisci subito alla terra, l’elemento che più ti rappresenta. Calda, solida, accogliente.</p>
<p>Torno indietro con passo calmo mentre le macchine mi strombazzano. “Volevi vivere qui” penso, “me l’hai detto quel giorno di aprile”. Alla fine ce l’hai fatta. Tocca a me ora trovare il mio posto senza di te.<br>Domani, di nuovo, è Natale.</p>				]]>
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						<title><![CDATA[Tipi da Facebook]]></title>
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			<pubDate>Fri, 30 Oct 2015 11:00:00 GMT</pubDate>
			<dc:creator>STUDIO VISUALE</dc:creator>
			<category>News</category>
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<p>Su Facebook ci sono un sacco di tipi strani, ho provato a classificarli. Categorie di frequentatori, postatori e commentatori:</p>
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<li>gli entusiasti: mettono <i>mi piace</i> se affermi con sicumera che sei ateo; il giorno dopo dici che sei a Medjugorie con la Madonna in persona e sei diventato il miglior amico di Brosio, e loro urlano il loro gradimento</li>
<li>i chirurgici: intervengono solo due volte all’anno, non una di più non una di meno (solitamente per smerdarti)</li>
<li>gli ipercinetici: ti chiedono l’amicizia, ti bersagliano di <i>like</i>, <em>poke</em> (poke?) e complimenti mettendoti persino in imbarazzo, e dopo qualche settimana scompaiono. Controlli: ti hanno tolto l’amicizia</li>
<li>i criptici: “Mi sono vestita a puntino. Chi mi porterà a ballare?”. “Ho ordinato due pizze, una per il mio ospite”. E tutti: ma chi verrà mai a trovarti?? Più spesso segue un silenzio assordante che sottolinea il grande pathos suscitato da simili affermazioni</li>
<li>i precox: neanche il tempo di dargli l'amicizia che ti invitano a "mipiacciare" le loro pagine pubbliche, ti infestano la bacheca, ti bersagliano di messaggi privati incongruenti con te, ti includono coattivamente nel gruppo della Brugola</li>
<li>le scimmie: non vedo, non sento, non parlo, tanto che ti sei dimenticato di averli fra gli amici. Ma quando ti incontrano, è tutta una domanda e un commento sulla tua vita perché stranamente sono aggiornatissimi. "Ti seguo sempre" è la loro affermazione minacciosa</li>
<li>i rigorosi: non mettono mai un <i>like</i>, commentano per contestarti e dispensano mi piace a tutti coloro che ti criticano nei commenti</li>
<li>i capziosi:&nbsp;tu fai un post che ti meriterà il “Premio Cultura del Vaticano” dimostrando senza possibilità di contestazione, ricorrendo a inconfutabili prove scientifiche, l’esistenza di dio, e loro ti dicono «Sì però hai scritto <i>dio</i> minuscolo»</li>
<li>gli intercalanti: nobilitano il proprio nome con abbreviazioni, vezzeggiativi, citazioni alte. “Marco Mark Toffolo”, “Antonia Romanticissimamente Amore”, Gertrude SuperBacini”, “Tommaso ‘Cruise’ Zarpellon”</li>
<li>i bastian contrari: puoi scrivere che il cielo è blu e cuore fa rima con amore, sta' sicuro che ti arriverà la smentita: il cielo non è proprio così blu, anzi... Se un giorno abbracci una tesi e successivamente la tesi opposta, il bastian contrario ti contesterà con pari veemenza. A volte ti verrebbe da chiedergli perché ti segue, dal momento che non gli garba nulla di quello che affermi; la risposta è evidente: vuole rendersi interessante a te e sembrare intelligente agli altri assumendo per partito preso posizioni "anticonvenzionali"</li>
<li>i fan sfegatati: mettono mi piace e cuoricini dopo tre secondi che hai pubblicato un post di 128 righe, sulla fiducia credo. Dopo un paio di minuti ti chiedono dove fai la presentazione del libro descritta per filo e per segno nel medesimo post di 128 righe</li>
<li>i citazionisti: pubblichi quattrocento contenuti arguti all’anno e loro cliccano “mi piace” quell’unica volta che scegli un contenuto non tuo originale, ad esempio il link alla canzone dei Puffi</li>
<li>i joker: scrivono frasi incazzate con retrogusto enigmatico, tipo&nbsp;“speriamo che domani mattina non arrivi, quel coglione” o “certa gente dovrebbero morire ammazzati”.&nbsp;Ce l'hanno con qualcuno, ma non si capisce chi e soprattutto perché, inducendo a chiedersi perché non indirizzino le lamentele al diretto interessato invece di ammorbare tutti gli altri che niente ne sanno né sono minimamente interessati a saperne di più</li>
<li>i pescatori a strascico: chiedono l'amicizia a una donna solo perché presumibilmente respira e poi in privato la tempestano di messaggi per rimediare un appuntamento (e per vedere se è vero che respira)</li>
<li>gli amiconi: chiedono l’amicizia a tutti quelli che conosci, mettono <em>mi piace</em> a tutti gli eventi cui ti invitano, e... sono come gli imbucati alla festa di matrimonio</li>
<li>gli u-boot: navigano sotto il pelo del web, controllano e sanno tutto ma si guardano bene dall’interagire; per rendersi ancora più invisibili usano profili falsi e nomi non corrispondenti al proprio. Il giorno che li incontri in piazza ti inchiodano: «Cosa facevi il 22 giugno 2011 in via del Bagigio a Santa Croce Bigolina?»</li>
<li>i mutanti: ti chiedono l'amicizia e ti ritrovi loro fan</li>
<li>i pavloviani: io metto un <i>mi piace</i> a te e sono sicuro che entro domattina tu ne avrai reso uno a un mio post</li>
<li>gli untori: non intervengono nelle discussioni ma in alcuni periodi, specialmente sotto Natale, condividono sulla tua bacheca video che non c’entrano niente con la tua attività, taggano ottocento persone e rompono il cazzo a tutti. C’è poi l’untore discreto: quello che crea chat interne con trecento persone la cui notifica più frequente è “Tizio ha abbandonato la conversazione”</li>
</ol>				]]>
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		</item>
				<item>
						<title><![CDATA[Il Matto]]></title>
			<link>			</link>
			<pubDate>Sun, 27 Sep 2015 10:00:00 GMT</pubDate>
			<dc:creator>STUDIO VISUALE</dc:creator>
			<category>News</category>
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			<description><![CDATA[
        <br />
        <p>&nbsp;</p>
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<p>Ad Arco c’era un uomo che chiamavano “il matto”, come in ogni paese negli anni settanta suppongo. Camminava a lunghe falcate con passo deciso da montanaro e mentre procedeva ripeteva fra sé, animosamente, frasi di cui nessuno ha mai capito il significato. I genitori ci dicevano che non era pericoloso, bastava ignorarlo, però io mi ricordo cosa succedeva quando arrivava il circo.</p>
<p>Davanti a casa nostra c’era un cartellone per le affissioni dove una volta all’anno venivano appesi i manifesti del circo. Per parecchie settimane, e fino a completo stingimento, al centro campeggiava un disegno coloratissimo, di giallo, di rosso, con tigri dalle zanne sciabolanti e gorilla che si battevano il petto. Le rare volte in cui al circo ci portavano, sembrava tutto meraviglioso solo perché quei disegni evocativi ricordavano più un libro di Salgari sulla Malesia che le tristi gabbie con gli animali sedati e spennacchiati. Al Matto interessava il cartellone. Passandoci davanti, bloccava all'istante il passo, si poneva frontalmente alle bestie e iniziava un rito di trasfigurazione; non si comprendeva bene se per imitarle o provocarle, quelle fiere. Lo scimmione gli veniva particolarmente bene, soprattutto perché la sua imponente stazza, la barba arruffata e i capelli a matassa garantivano l’immedesimazione con il ‘terribile’ animale del circo. I passanti allora cambiavano marciapiede e la mamma al grido “Arriva il Matto! Arriva il Matto!” ci richiamava subito in casa, terrorizzata forse che l’uomo-scimmia ci potesse rapire stringendoci nel pugno. Ci era concesso al massimo di spiare da dietro la finestra del salotto ma con le tende tirate, perché non-si-sa-mai.</p>
<p>Dove il Matto abitasse non si era mai saputo, anche se più di qualcuno sospettava che andasse a rifugiarsi alcune notti in una casupola diroccata vicino a uno dei molti sanatori che disegnavano la cintura protettiva attorno al paese. Per vivere, svolgeva mansioni di fatica, questo è certo. Il suo apparire spaventevole corrispondeva infatti a un vigore da lavoratore indefesso. Lo chiamavano a giornata, a caricare e scaricare pesi, e nonostante la sua evidente stranezza nessuno si era mai lamentato per indisciplina o per attività lasciate a mezzo.</p>
<p>Una mattina precettarono il Matto per un trasloco in centro. Lui si impegnò tutto il giorno e praticamente da solo, senza nemmeno la sosta per il pranzo, portò in strada un intero appartamento, poggiando sulle spalle e sulla schiena mobili massicci, manovrati con insospettabile leggiadria per due giri di scale. Quando ebbe svuotato i locali, pretese la cifra pattuita all’inizio e il committente ebbe la bella pensata di appellarsi a non so che pretesto per ridurgli il compenso.</p>
<p>Il Matto ci pensò qualche secondo e non disse niente.<br>Scostò con uno spintone l’autista, e un divano passò dal pianale del camion alla sua spalla destra. Nel giro di pochi minuti il divano a quattro posti era di nuovo al suo esatto posto, sul lato lungo del salotto, a ridosso della terrazza. Poi toccò agli armadi, ai pensili della cucina, ai comodini e alla libreria con tutto il contenuto. Ogni cosa era ricollocata al millimetro e senza un’ammaccatura, cosicché quando il Matto finì, e le stelle pulsavano sull’inchiostro del cielo, la casa sembrava la stessa identica della mattina. In quell’andirivieni serrato e professionale, nessuno osò ostacolarlo; la sua determinazione appariva così truce che qualsiasi obiezione si sarebbe sgretolata prima di tradursi in parole.</p>
<p>Verso mezzanotte, il Matto raccolse il gilet dai bottoni dorati che lo accompagnava a ogni stagione e con passo sorprendentemente riposato se ne andò. Senza salutare e senza recriminare. Il messaggio era chiaro: se non mi vuoi pagare, revoco il mio lavoro. In paese tutti sostenevano che quell’uomo era matto, ma devo dire che a me bambino di sette anni il racconto del trasloco riavvolto all’indietro fece un’impressione del tutto diversa. Il Matto era Saggio, eh sì.</p>				]]>
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		</item>
				<item>
						<title><![CDATA[Mela racconto]]></title>
			<link>			</link>
			<pubDate>Fri, 25 Sep 2015 10:00:00 GMT</pubDate>
			<dc:creator>STUDIO VISUALE</dc:creator>
			<category>News</category>
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			<description><![CDATA[
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        <p>&nbsp;</p>
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<p>Ieri sera ho mangiato una mela dolce, polposa, gustosissima. La sua storia parte nel 1963 quando Adelmo, un baldo trentino, presta servizio militare in Piemonte. Nel corso di una massacrante marcia con la sua compagnia, un soldato gli cade svenuto davanti, stremato dalla stanchezza. Adelmo lo solleva, lo rianima, afferra lui e il suo zaino e trascinando i due pesi morti riprende la marcia. Arriva in caserma quattro ore dopo il resto dei compagni. È sfinito e affamatissimo.<br>Deposita il commilitone in un angolo, appoggiandolo con la schiena al muro, e si mette in fila per il rancio di una compagnia diversa – la sua ha già cenato da un pezzo. Da un enorme pentolone gli riempiono di brodo fumante la sua gavetta e quella per il compagno. «Tu non appartieni a questa compagnia, vattene!». Il capitano torvo gli sta gridando sul muso. Adelmo prova a spiegare la situazione, irritato che quell’ufficiale si frapponga fra lui e il cibo. Il superiore con una falcata di braccio rovescia le due gavette addosso ad Adelmo, ustionandogli le braccia e il viso. Spossato dalla giornata, umiliato davanti a tutti, Adelmo esplode. Prende il capitano in braccio – una mano sotto la schiena, una sotto le ginocchia – e lo scaraventa nel pentolone bollente di brodo.<br>Processo militare a Desenzano. Adelmo viene condannato ad arruolarsi nella Legione Straniera, il <i>refugium peccatorum</i> degli sbandati, dei disperati, dei perdenti che non hanno nulla da perdere. Sei mesi d’inferno.</p>
<p>Finisce in Algeria, a fare l’autista. Con la lingua francese se la cavicchia e in più lega subito con il suo superiore, Antoine. Quella che doveva essere una punizione si trasforma in un’esperienza stimolante, a contatto con persone nella stragrande maggioranza simpatiche. Le attività non sono pesantissime, il clima è buono, nessun episodio di bullismo arriva a ferirlo. «Quella condanna è stata la mia fortuna» dirà molti anni dopo.<br>Nel marzo del 1964 il periodo imposto ad Adelmo scade.<br>«Resta!» lo prega il comandante Antoine chiedendogli di prolungare la permanenza.<br>«Devo tornare in Italia, sono un contadino, è quello il mio posto, è quello il mio lavoro».<br>A malincuore, dopo varie insistenze, Antoine se ne fa una ragione.<br>«Ti voglio fare un regalo, però».<br>Il legionario Adelmo torna a casa, riprende il ritmo dei suoi giorni precedenti al militare in Piemonte, alle prevaricazioni del capitano, ai giorni africani con la Legione Straniera.<br>Un giorno suona il campanello della sua azienda agricola. Gli consegnano un fusto del latte.<br>Incuriosito – non ha ordinato latte, non gli serve –, Adelmo toglie l’imballaggio e apre il coperchio di metallo.<br>Dentro, immerse nel liquido lattiginoso, sono pigiate centocinquanta piantine dal fusto gracile. In un sacchettino di nylon, perché non si rovinasse nel viaggio, Ademo trova un biglietto scritto a mano.<br>“Ti prego di accettare questo dono in ricordo della nostra amicizia. Sono piante di melo, di una varietà rarissima. L’esportazione dalla Francia è severamente vietata, se mi scoprissero sarebbero guai seri. Non parlarne con nessuno. Tuo Antoine”.<br>Adelmo pianta quei meli in una zona protetta della sua campagna e li segue come fossero figli. Nel corso delle stagioni li cura, li pota, li abbevera. La sua vita continua per mezzo secolo mentre le piante gemmano e invecchiano assieme a lui.</p>
<p>«Vuole assaggiare?».<br>Adelmo ha un baracchino lungo la Valsugana in cui vende il suo raccolto, e alle persone che gli stanno più simpatiche porge con sorriso complice un frutto rosato. «È la Mercedes delle mele. – proclama fiero – E non mi dica anche lei che dovrei paragonarla alla Ferrari, le Mercedes sono più affidabili». Lascia il tempo di mordere la buccia croccante, spia incuriosito. «Ha tempo? Vuole che le dica perché sono speciali?».<br>E Adelmo comincia a raccontare le preziose mele francesi che parlano di giovinezza e di una grande amicizia sbocciata a vent’anni. Sulla guancia rugosa di sole gli scende una piccola lacrima, si affretta a nasconderla fingendo di frugare in una cassetta sotto il tavolino di legno e ferro che sostiene i suoi ortaggi. Con Antoine non ha più parlato. L’ha anche cercato, a lungo, ha solo saputo da un vecchio compagno d’armi che era morto, anni prima. Del suo comandante generoso conserva un vecchio biglietto spiegazzato e stinto, da qualche parte nel portafoglio. L’unica prova, ormai, che questa storia è realmente accaduta.</p>				]]>
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		</item>
				<item>
						<title><![CDATA[Una luminosa giornata]]></title>
			<link>			</link>
			<pubDate>Tue, 30 Jun 2015 10:00:00 GMT</pubDate>
			<dc:creator>STUDIO VISUALE</dc:creator>
			<category>News</category>
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			<description><![CDATA[
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<p>Domenica mattina. Una di quelle giornate irripetibili di febbraio in cui cogli nell’aria il profumo esitante della primavera. La temperatura non è ancora ideale ma c’è una sorta di clima festoso che compensa la frescura. Sarà perché è l’unico momento in cui ti puoi riposare, sarà che oggi ti ispira qualcosa di diverso rispetto al pur piacevole programma casalingo di stravaccamento sul divano e film a manetta, fatto sta che… guardi negli occhi la tua compagna e proferisci la frase più romantica degli ultimi due anni: «Che ne dici di andare a Venezia?». Giusto, aderisce lei, ce l’abbiamo qui vicina e la snobbiamo, mentre dal Giappone e dall’America vengono apposta in Italia per vederla, per toccarla.</p>
<p>La parola Venezia evoca atmosfera vacanziera anche se ci abiti a un’ora di distanza. Il mito ha preso il sopravvento sulla città. A me fa venire in mente le calli di notte, l’odore del salso, gli stuzzichini dei bacari, un calice di bollicine – prosecco leggermente mosso – visto in qualche fotografia ad effetto. Sensazioni vivide, plastiche.</p>
<p>Bene, si parte. Durante il viaggio sintonizzi la stazione radio che piace a lei. All’arrivo le apri lo sportello, la tieni sottobraccio mentre passeggiate amabilmente per i quartieri meno turistici. Mangiate un tramezzino in un tipico bar vicino a piazza San Marco – talmente tipico che a gestirlo sono due romene. Un pasto frugale perché c’è da setacciare tutta la zona dello shopping di marca e i negozi fanno l’orario continuato. La accompagni paziente e cerchi di non sconvolgerti quando chiede alla commessa una borsa zebrata («Si dice animalier!»). Dopo due ore di andirivieni nelle boutique hai ancora un sorriso quasi imperturbabile. Ti provi perfino un trench, di cui non ti potrebbe fregare di meno, per non farla sentire in colpa a causa di tutti i capi che lei sta prendendo per sé – la carta di credito è tua.</p>
<p>Finalmente, a dio piacendo, i negozi chiudono e si può andare a mangiare sul serio. Ti ricordi di un’osterietta dalle parti del mercato del pesce e ce la porti. Il localino è bellissimo, molto intimo, fin troppo – vi tocca condividerlo con una coppia di francesi stronzi. Il cibo è delizioso, un bicchiere di vino scalda – che dico scalda: incendia – i cuori. Torta casalinga e caffè sigillano una giornata memorabile. Sei stato talmente dolce che ti viene la tentazione di misurarti la glicemia.</p>
<p>Lei apprezza, ne sei certo. E infatti, appena mettete piede in casa, ti senti rivolgere questa frase: «Tutto perfetto… [pausa]… peccato che in macchina non abbiamo dialogato molto». Provi a fare mente locale sul viaggio di ritorno. Un’ora di strada, nel lettore finalmente un cd che piace a te, guida rilassata, torpore tenuto a bada in attesa di schiantarti a letto. Ti interroghi sulla tua manchevolezza. E apprendi un’ennesima lezione di vita: con tutto il tuo impegno, non potrai MAI fare felice una donna perché, per definizione, la donna è colei che alza l’asticella a ogni tuo balzo verso di lei. Non sarà soddisfatta neppure se le sacrifichi un rene, poiché in questo caso penserà che te ne rimane pur sempre uno di scorta.</p>				]]>
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