Sapete perché si usa l’espressione “perdere la testa” quando si è innamorati? Perché l’unico modo per disamorarsi sarebbe quello di tagliarsela, la testa. Per questo, in alcune Regioni, i dolori d’amore si allontanano invocando i santi decapitati.
Ma c’è un periodo della vita, che assorbe peraltro la quasi interezza della vita, nel quale l’amore viene evocato, più che scacciato, e alimentato anziché circoscritto, come un fuoco sacro il cui alito purificatore prevalga sul devastante effetto delle fiamme.
A 16 anni eravamo così, stupidi e innamorati. Stupidi perché inconsapevoli e ciononostante arroganti, però attenti a non lasciarci sfuggire le occasioni che a nostro avviso la storia avrebbe eternato. Ad esempio un grande sciopero contro la Falcucci, ministro di cui oggi – come di molti altri – si fatica a ricordare il nome, che aveva varato una politica della scuola meritevole di protesta. Il giorno della contestazione cadde sabato 18 ottobre 1986.
Stupidi, perché dotati di coscienza civica informe, ma innamorati. Di tutto: di uno sguardo, di una confidenza con gli amici, di un ideale, di una notte stellata, di una festa semplice. E smaniosi di comunicare questo amore indiscriminato e indeterminato. Il 18 Ottobre nacque proprio come strumento permanente di espressione di un impegno acerbo e di uno stato amoroso bruciante. Ci debuttai come responsabile della redazione nel numero 11 del 1988 pubblicando l’inno generazionale “Emergenza” che ebbe una certa eco almeno fra gli studenti del classico: all’epoca la sede centrale del liceo Brocchi era in via Verci (dove non casualmente oggi si trovano gli uffici della Procura) e le sezioni erano appena due, A e B. Nei versi «solo a noi / che scriviamo senza essere poeti / e amiamo senza essere ricambiati» era racchiusa tutta l’aspirazione irrisolta del secchione mescolata alla cosmica infelicità amorosa. C’era poi la letteratura. Per me, che avrei trasformato la scrittura in una professione, i primi test con gli scrittori veri: Kafka che avevo divorato in quarta e quinta ginnasio, Svevo di cui apprezzavo l’ironia e che omaggiai in un racconto intitolato “Tutta colpa di Zeno Cosini”.
Esibizionisti timidi, scrivevamo per metterci in mostra, però firmavamo con pseudonimi in modo da non rendere immediata l’identificazione fra la parola e il suo autore. Partiva perciò, nei corridoi durante la ricreazione, la semina pilotata di indiscrezioni su chi avesse scritto quel testo provocatorio o disegnato quel fumetto onirico, nella speranza che le ragazze più giovani ne traessero motivi di innamoramento.
Per me 18 Ottobre rappresentava una missiva senza mittente, un messaggio in bottiglia gettato verso cuori affini capaci non solo di decifrarlo ma anche di risalire all’animo sensibile che l’aveva saputo ideare. Avevamo la mania di formulare leggi immutabili – magari che codificassero l’eterna provvisorietà – e di stilare manifesti: celebre quello dell’Icarismo, che esordiva con «La vita è ricerca ininterrotta. La noia è la sensazione illusoria di appagamento quando si smette di cercare, credendo di aver trovato». Ricorrevano vocaboli ricercati (“endoreico”), aperti lì come la coda del pavone, il latinorum (“arbiter elegantiae”) con cui ratificare l’appartenenza a una presunta élite intellettuale, sentenze lapidarie del tenore di «È prerogativa dei deboli difendersi offendendo».
In realtà l’unica a prenderci sul serio era la professoressa Luciana Fontana, forse la migliore docente che abbia avuto, la quale un giorno, e dandomi una lezione “politica” in classe, contestò un mio articolo dimostrando sia di averne riconosciuto la penna sia di tenere all’autorevolezza dei suoi studenti.
Dal punto di vista operativo, l’esperienza di 18 Ottobre ci insegnò una certa manualità e l’arte di arrangiarsi, dato che il giornale scolastico era autogestito e interamente finanziato da coloro che di volta in volta si qualificavano in copertina come direttori (ir)responsabili. Tramite Battello Ebbro, intraprendente associazione culturale, entrammo in contatto con una radio autonoma (Babilonia) che aveva gli studi in via Beata Giovanna e che ci metteva a disposizione gratuitamente il ciclostile: “stampavamo” il giornale, per la prima volta su entrambe le facciate, per farci stare più contenuti con la stessa quantità di carta. Lavoravamo di pomeriggio, nelle fasce orarie in cui non c’erano trasmissioni radiofoniche in diretta. Bazzicando la radio si accresceva la nostra cultura musicale a base di Clash e Stranglers, i cui vinili ci venivano prestati e andavano a integrare la passione per la new wave. L’interesse in genere verso il post punk ci spinse a costituire un gruppetto dall’improbabile nome di Kick and the blonde’s kiss che ebbe vita lunga, nomi cangianti e alterno successo; nella fase alta dell’alternanza va inserito il trionfale concerto organizzato dalla Scuola Rock, allora ospitata nei locali dove adesso sta il Centro anziani – anche qui un’evoluzione che tiene conto dell’anagrafe dei protagonisti. La gente ballava, a discapito della ritmica zoppa del batterista, e questo era importante. Cosa c’entra la musica col 18 Ottobre? Molto, perché il nucleo della band era il cuore della redazione: oltre a me, Patrizio Martinelli, oggi architetto e docente universitario, Paolo De Gregorio, produttore musicale e editore di una rivista rock a New York dove vive.
Dunque, stupidi e innamorati eravamo. Di una frase o di un giro di basso, di un caschetto biondo e di un giornale d’istituto. In definitiva della vita, storia non scritta di amori conflitti speranze, che talvolta ci sembrava il carcere dentro una scuola e talaltra la palestra di un esercizio più impegnativo che ci attendeva, al varco della maturità.