febbraio 21st, 2012

- Foto di Tatiana Zaghet
Si comporta da eroe chi evita di morire lentamente, una rinuncia e una pigrizia dietro l’altra, chi non ha paura di buttare tutto all’aria e di riedificare, chi non rifiuta di tornare sui propri passi, chi sfodera il sorriso nel mare in tempesta, chi scarta gli alibi, chi ti posa la mano sul braccio, chi crede che le cose potrebbero andare meglio, chi prende in considerazione che il problema sia suo, chi accudisce le passioni e piccole ritualità di sopravvivenza, chi è colto da sempre nuovi interessi, chi apprezza il gusto dell’eclettismo, chi non scappa di fronte alle difficoltà, chi coltiva l’arte sublime della sorpresa, chi ti dice ho bisogno di te, chi non teme di pronunciare verbi che non ha mai sentito né di tacere perché qualcuno ha già parlato meglio.
Sono eroico quando capisco che l’ignoranza mi renderebbe sereno e l’insensibilità sicuramente più felice, ma altrettanto inconsapevole ed estraneo. Quando riconosco di aver sbagliato, senza attendermi gli applausi. Quando provo a perdonare.
Eroico è chiedere scusa e dichiararsi infelici, è saper godere dei momenti buoni e far tesoro delle disavventure. Ostinarsi mille e una volta perché tentare mille volte non è ancora aver fallito.
Eroico è chi si butta intero nella mischia, chi sa sciogliere le riserve mentali, chi dichiara a una persona il rischio di amarla.
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febbraio 18th, 2012

Nella logica traviata che ha sostituito i sensi di colpa o il senso d’indifferenza al buonsenso sono gli inadempienti che pretendono di dettare le condizioni. Chi è dalla parte della ragione si deve giustificare per ottenere ciò che gli spetta.
Ridateci quella ragionevolezza istintiva, impregiudicata da condizionamenti culturali, o dell’ignoranza. Quel pudore che guida le parole e le azioni a non offendere l’intelligenza del prossimo.
Senza buonsenso è vana qualsiasi discussione. Comprese quelle interminabili con gli impiegati di concetto privi di elasticità mentale, burocrati esecutori di obblighi di cui, non afferrando la ragione, non possono tarare l’applicazione.
Quelli che fanno fino a lì e non un centimetro in là, perché non sono «tenuti». Che mettono maggiore impegno a piantare paletti di quello che servirebbe a risolvere la questione. Che si ingegnano a occupare le giornate pur di non eseguire un gesto in più delle competenze che si sono attribuite. Che tirano indietro per tirare innanzi, o a campare.
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febbraio 14th, 2012
A 83 anni si può dire che il tuo futuro ce l’hai alle spalle e Francesco F. non si fa illusioni di campare ancora per molto.
La cosa che gli secca, diciamo anzi: gli rode profondamente, è che la sua longevità sia a scapito – pur se non direttamente in rapporto di causa-effetto, lo capisce bene – della moglie Lina, morta l’anno scorso a seguito – anche qui senza nessi causali accertati – di un intervento chirurgico banale solo in teoria.
Francesco F. è stato contadino di quarta generazione prima di mettere a riposo le vacche, e la moglie in una casa finalmente adeguata ai richiami dell’artrite, suggello di una vita passata a sgobbare come muli e a sfornare figli che oggi abitano nelle villette a corona attorno alla dimora patriarcale: una sorta di scudo – e osservatorio un tantino invasivo. Al punto che Francesco ha bisogno di tutta la sua credibilità di agricoltore disavvezzo alle menzogne per sgattaiolare una notte di novembre dalla porta sul retro e pilotare i passi tra campi che conosce zolla a zolla.
Torna la festa dell’anziano, in parrocchia, e lui ne è stato colonna e animatore, ondeggiando un vecchio mandolino miracolosamente accordato e pronto a far ballare gli ex coscritti a un ritmo sbiadito in qualche rattoppato giradischi. Ma quest’anno no, non ci andrà. Lina è morta, i capelli radi striati sul cuscino come ne fossero un’appendice. Francesco l’ha sepolta che pioveva, uno di quegli acquazzoni violenti di fine autunno che in campagna s’alternano al cielo terso.
C’era un sacco di gente al funerale. Francesco non ne ricorda una di faccia, impegnato com’era a maledire sua moglie per lo sgarbo repentino, il tacito venir meno all’altrettanto tacito accordo di non farsi separare che da una scomparsa congiunta.
Si erano sposati il 13 novembre di un’eternità prima. E la festa “per la terza età” cade stavolta proprio il 13 novembre, di sabato. Francesco F. alla Lina non vuole farglielo, di andarci senza lei e di estrarre dalla custodia il mandolino e tutto il resto dei balli – lenti a causa delle giunture malandate anziché per assaporare a piccoli sorsi il contatto col compagno di danze.
Francesco non transige sulla lealtà e venera il culto della memoria, anche se gli altari che le ha eretto sono discreti come la consapevolezza del proprio dolore.
Fa scivolare alcune provviste nello zainetto; in mano il rosario, nella sinistra la torcia che gli hanno regalato i figli lo scorso Natale assieme a un kit per il fai-da-te, triste commento al doversi arrangiare a riparare ogni crepo, dentro e fuori, adesso che Lina lo guarda solo da lassù.
È mezzanotte. Francesco esce di soppiatto, la pila accesa a prudente distanza di sicurezza perché i familiari non abbiano la bella pensata di intercettarlo.
Sono più o meno trenta chilometri fino al santuario della Madonna. Francesco F. parte a piedi, con vecchie scarpe da lavoro, e il giro dei passi corre sul contachilometri preciso del rosario.
Prende quasi subito la via dei campi, tagliando scorciatoie che ricorda alla perfezione. La quiete è totale, tranne per i rettilinei della superstrada dove sfreccia qualche camion con la targa straniera.
Francesco non si accorge di una pozza per abbeverare le bestie e ci finisce dentro a piedi uniti. Per fortuna la scivolata è indolore. Ma le scarpe ora sono zuppe. Se le toglie, continuerà scalzo. Il proposito d’amore è pur sempre un impegno che non ammette deviazioni.
L’approssimarsi della città lo costringe a lasciare il morbido dell’erba. Sull’asfalto i suoi piedi callosi fanno presa e il piglio è spedito, da soldato, di quando i superiori lo mandavano in avanscoperta contando sulla sua fulminea silenziosità.
L’orizzonte non conosce ancora l’alba. Troppo presto, la chiesa del loro matrimonio non aprirà che alle sette e allora Francesco potrà confessarsi e assistere alla funzione. Il celebrante non evocherà il nome di Lina; Francesco lo mormorerà fra sé, imitazione di uno dei tanti dialoghi muti della loro comune esistenza.
Decide di attendere al caldo. Vicino al centro trova un locale ancora aperto. Da dentro arrivano dei rumori e l’insegna lampeggia addirittura, simile alle lucine degli abeti natalizi che lungo la strada qualcuno ha preso a caricare di ninnoli.
Femme in rosso, Fatale in blu.
Francesco entra chinando il capo, come se oltrepassasse il portone grande dell’arcipretale, e saluta i pochi clienti; alcuni fingono di non vederlo, altri gli rimandano un ghigno.
L’ambiente è poco illuminato. In fondo, due o tre pertiche svettano dal pavimento al soffitto, presumibilmente di metallo e all’apparenza robuste. Ricordano quelle che suo figlio Gino usava in palestra per allenarsi in vista dell’albero della cuccagna alla sagra del paese.
Sono le cinque e Francesco ha voglia solo di una camomilla bollente. L’inverno non è affatto mordace, però aver camminato coi pantaloni di velluto bagnati fino al ginocchio non aiuta certo a scaldarsi.
Si fa avanti una cameriera bizzarra con due enormi orecchie di peluche, da coniglio. Francesco le ordina la bevanda, lei prende nota e non gli sorride neppure. Da lontano una compagnia di ragazzotti lo addita.
Francesco recupera la corona del rosario, la posa attorno al cerchio lasciato sul tavolo dall’ultimo bicchiere di vino e pensa a Lina.
Quanto la vorrebbe lì con sé.
Anzi, si corregge; se sua moglie ci fosse ancora, lui non starebbe in giro per il mondo a cercarla in un voto di sessant’anni prima: ovunque tu sarai, io verrò…
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febbraio 8th, 2012
Sono a casa. Ho posato i bagagli. Sono rimasto un po’ a sostare sulla porta, però la voce era insistente. Dolcemente insistente.
«Entra, fuori è freddo. Ti stavo aspettando».
L’indirizzo non lo conoscevo, sono arrivato qui girovagando. Anche i segnali erano confusi: con tutte queste nuove rotatorie, non sai quando fermarti e a chi devi dare la precedenza. I cartelli erano un po’ arrugginiti e la mia vista non è mai stata quella di un’aquila. Quando ho scorto la casetta, l’ho trovata subito graziosa; sembrava anche accogliente ma, sai, questo non è un giudizio che puoi dare rimanendo all’esterno.
Tu mi invitavi e io ero intimidito. Mi capita così coi posti nuovi, finché non ci prendo confidenza. E poi, per quanto avvezzo, un altro trasloco mi spaventava.
Volevo un post
o gradevole in cui depositare le valigie. Non le aprirò mai tutte, almeno fino a che il più leggero senso di estraneità non sarà svanito. Però mi piace l’idea di trasferirmi qui, la struttura pare solida e i muri portanti sono sani. Dalle stanze interne arriva un buon profumino, misto di cibo e bucato. Sono incuriosito, e attratto.
Prima di varcare l’ingresso spio un po’ dalle finestre. Graziose le tue tendine.
Ochei, entro.
Mi sento a casa.
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gennaio 29th, 2012
Nei periodi di crisi – economica, spirituale, storica – esiste un’unica certezza: mettere in discussione tutte le certezze. Per questo motivo ogni fase critica della vita individuale o collettiva è una manna, perché ci impone di inventarci nuove cose o almeno di affrontare le vecchie con un approccio nuovo. Non a caso la cultura greca definisce la crisi come “passaggio”, indicando una tensione di moto a luogo; magari all’indietro ma pur sempre preferibile alla stasi che ci paralizza nella maggior parte delle espressioni della nostra esistenza.
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gennaio 11th, 2012

Sei un loop sonoro, dentro di me
un ritornello che non mi stanco
di ascoltare, ripetere, canticchiare,
rappandoci sopra i miei umori quotidiani
Sei la melodia che trapunta le mie giornate
la nota colorata che fa pendant
con la gamma di gialli arancioni rossi
che vedo accendere le foglie d’albero
fuori dalle mie finestre
Sei il ritmo che mi sgranchisce i muscoli del cervello,
che allena la mia immaginazione,
che tende i sogni fino alla loro massima estensione
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gennaio 11th, 2012

Cosa darei
per scrutarti la mente
rovistare piano
nel tuo piccolo cuore
carpire passo passo
le contrazioni imperfette
della tua anima in pena
di mio ci metto
l’impegno a scavare;
conoscerti ancora
è un po’ come averti,
osservarti l’unico modo
che mi è dato di essere con te
mi basta appena
a fare il morto sull’acqua
come la tua pianticella
a cui sottraevo ossigeno
e adesso me la ingoierei
purché avesse cibo e calore
ma è anche linfa vitale
questo languore infinito
e tormento di saperti
in qualche altrove non mio
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ottobre 6th, 2011

Era determinata: questa fu la prima impressione. In maniera imprecisa, corressi subito il tiro.
Le confezioni fioccavano nel carrello a ripetizione. Però subito prevaleva in lei il ripensamento, annunciato da un vezzo di cui non era probabilmente consapevole. Con una mossa veloce del dito indice riportava un’inesistente ciocca ribelle dietro l’orecchio. Poi, con la stessa mano aperta, si pettinava all’indietro, a piccoli scatti.
Quando una donna intende dare un taglio alla propria vita, notai, inizia solitamente dai capelli, la parte più volatile del suo essere. Si badi bene: non avevo alcun indizio che la ragazza del supermercato volesse apportare il minimo mutamento nella sua esistenza.
Certo, il nostro matrimonio non era il paradiso in terra. Giulia mi accusava di essere un poveraccio, di non saper nemmeno far fruttare la laurea in filosofia. E poi la mia gelosia la soffocava, così diceva. Ma una furiosa litigata aveva sempre appianato ogni divergenza. L’attrazione fisica colmava le restanti incomprensioni. Era successo anche la sera prima.
Seguire i movimenti di Giulia dalla telecamera della postazione di sorveglianza era il mio modo segreto di amarla. Quel pomeriggio pensava fossi ad allenarmi, come accadeva tutti i lunedì, e quindi spiarla mi eccitava ancora di più, sapendo che lei non lo sospettava affatto.
Giulia si toccava i capelli e partiva con la danza dell’indecisione: la mano che saettava nel carrello, l’estrazione chirurgica dell’intruso – un vaso di cetrioli, stavolta – e lo sguardo che trapassava gli altri clienti fino a individuare il punto esatto dello scaffale nel quale riporre l’oggetto scartato. Mi ricordava il fare e disfare della tela di Penelope. Forse Giulia era svogliata o, semplicemente, in preda al suo solito nervosismo.
Ero assorto nel sezionare mia moglie come fosse l’insetto inerme sotto un potente microscopio, quando la sirena dell’allarme mi lacerò le orecchie. Scattai in piedi per istinto e corsi fuori dal mio ufficio, verso le corsie del supermercato.
Una figura imponente mi si parò innanzi: pareva un guerriero di quelli che a scuola mettono nelle pagine dedicate a Shakespeare. Aveva l’elmo piumato, un’armatura metallica cesellata di fino e sul volto si notavano solo i giganteschi baffi spioventi e il folto pizzo nero. Una maschera. Niente di strano, era Carnevale.
Da sotto la corazza, anziché la spada, il guerriero estrasse però una pistola, molto poco cinquecentesca e per di più priva del tappo rosso. Me la puntò al petto da un paio di metri di distanza. Cercai con gli occhi mia moglie: se quella era una rapina, dovevo proteggere l’unica donna che avessi mai amato.
Come evocata, Giulia comparve al mio fianco. In mano teneva ancora il vaso maxi dei cetrioli. Le feci cenno di scostarsi dalla linea di tiro. Mi mossi lentamente, perché il guerriero non pensasse che volevo dare inizio a una sparatoria.
Pur nella tensione del momento, ebbi la freddezza di rilevare il silenzio che aveva zittito perfino la radio del supermercato, i clienti del tardo pomeriggio invernale immobilizzati come statuine sullo sfondo del presepio, la fastidiosa luce dei neon ad allontanare il buio che filtrava dalle vetrate dietro le casse.
Al corso mi avevano insegnato che reagire era la cosa peggiore: non sai mai con chi hai a che fare; questo magari era una balordo e si sarebbe accontentato di qualche banconota per andarsene. Bastava solo parlargli con calma.
Ma, prima che potessi dire una parola, Giulia agì. Scagliò i sottaceti addosso al guerriero, il quale preso alla sprovvista lasciò cadere la pistola a terra. Mia moglie, raccogliendo l’arma, urlò Sei un deficiente, cosa aspetti?, cui fece eco un Ma tesoro… che non era uscito dalla mia bocca.
Ciò che accadde dopo è cronaca. Giulia, esibendo una voce metallica che non le conoscevo, intimò al cavaliere di prelevare l’incasso. Poi mi guardò sprezzante: Tu non sai cos’è l’amore. Il dolore pungente delle sue parole fu mitigato dal calore che iniziò a diffondersi nel mio corpo. Lo sparo, quello no che non l’avevo sentito.
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ottobre 6th, 2011

Domenica mattina. Una di quelle giornate irripetibili di febbraio in cui cogli nell’aria il profumo esitante della primavera. La temperatura non è ancora ideale ma c’è una sorta di clima festoso che compensa la frescura. Sarà perché è l’unico momento in cui ti puoi riposare, sarà che oggi ti ispira qualcosa di diverso rispetto al pur piacevole programma casalingo di stravaccamento sul divano e film a manetta, fatto sta che… guardi negli occhi la tua compagna e proferisci la frase più romantica degli ultimi due anni: «Che ne dici di andare a Venezia?». Giusto, aderisce lei, ce l’abbiamo qui vicina e la snobbiamo, mentre dal Giappone e dall’America vengono apposta in Italia per vederla, per toccarla. La parola Venezia evoca atmosfera vacanziera anche se ci abiti a un’ora di distanza. Il mito ha preso il sopravvento sulla città. A me fa venire in mente le calli di notte, l’odore del salso, gli stuzzichini dei bacari, un calice di bollicine – prosecco leggermente mosso – visto in qualche fotografia ad effetto. Sensazioni vivide, quasi plastiche.
Bene, si parte. Durante il viaggio sintonizzi la stazione radio che piace a lei. All’arrivo le apri lo sportello, la tieni sotto braccio mentre passeggiate amabilmente per i quartieri meno turistici. Mangiate un tramezzino in un tipico bar vicino a piazza San Marco – talmente tipico che a gestirlo sono due romene. Un pasto frugale perché c’è da setacciare tutta la zona dello shopping di marca e i negozi fanno l’orario continuato. La accompagni paziente e cerchi di non sconvolgerti quando chiede alla commessa una borsa zebrata. Dopo due ore di andirivieni nelle boutique hai ancora un sorriso quasi imperturbabile. Ti provi perfino un trench, di cui non ti potrebbe fregare di meno, per non farla sentire in colpa a causa di tutti i capi che lei sta prendendo per sé – la carta di credito è tua. Finalmente, a dio piacendo, i negozi chiudono e si può andare a mangiare sul serio. Ti ricordi di un’osterietta dalle parti del mercato del pesce e ce la porti. Il localino è bellissimo, molto intimo, fin troppo – vi tocca condividerlo con una coppia di francesi stronzi. Il cibo è delizioso, un bicchiere di vino scalda – che dico scalda: incendia – i cuori. Torta casalinga e caffè sigillano una giornata memorabile. Sei stato talmente dolce che ti viene la tentazione di misurarti la glicemia.
Lei apprezza, ne sei certo. E infatti, appena mettete piede in casa, ti senti rivolgere questa frase: «Tutto perfetto… [pausa]… peccato che in macchina non abbiamo dialogato molto». Provi a fare mente locale sul viaggio di ritorno. Un’ora di strada, nel lettore finalmente un cd che piace a te, guida rilassata, torpore tenuto a bada in attesa di schiantarti a letto. Ti interroghi sulla tua manchevolezza. E apprendi un’ennesima lezione di vita: con tutto il tuo impegno, non potrai MAI fare felice una donna perché, per definizione, la donna è colei che alza l’asticella a ogni tuo passo verso di lei. Non sarà soddisfatta neppure se le sacrifichi un rene, poiché in questo caso penserà che te ne rimane pur sempre un altro.
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ottobre 6th, 2011
he l’incontro – sebbene casuale – con un proprio “ex” a distanza di anni sia evenienza rischiosa. I partner attuali ne sono terrorizzati: i fantasmi che emergono dal passato sono considerati portatori di una capacità attrattiva superiore addirittura a quella di una nuova conoscenza affascinante o arrapante. I difetti certi del passato sono incomparabilmente preferibili agli errori eventuali del futuro.
È questa gelosia dei subentrati il motivo principale per cui, quando una storia finisce, si tronca con l’ex – oltre all’evidenza che l’inevitabile riaccasamento di uno dei due causerebbe sofferenza nell’altro che resta single: se taglio i rapporti non so nulla, nemmeno ciò che mi distruggerebbe, cioè la felicità dell’altro slegata da me.
Temo che il rischio degli incontri ravvicinati del terzo tempo non sia, però, quello dei ritorni di fiamma, quanto la scoperta che non ci sono più fiamme da rinfocolare. Si è disposti a supplire coi ricordi, a enfatizzare appellandosi alla nostalgia. Ma purtroppo quella donna fatale, quell’uomo brutale non ci “dicono” più nulla. E anche i nostri ormoni tacciono. Di tutto ciò che fu, resta un pugnetto di cenere. Con cui cospargersi il capo, contriti.
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