Una mus(ic)a dolce

gennaio 11th, 2012

Sei un loop sonoro, dentro di me

un ritornello che non mi stanco

di ascoltare, ripetere, canticchiare,

rappandoci sopra i miei umori quotidiani

Sei la melodia che trapunta le mie giornate

la nota colorata che fa pendant

con la gamma di gialli arancioni rossi

che vedo accendere le foglie d’albero

fuori dalle mie finestre

Sei il ritmo che mi sgranchisce i muscoli del cervello,

che allena la mia immaginazione,

che tende i sogni fino alla loro massima estensione

languore dopo l’amore

gennaio 11th, 2012

Cosa darei
per scrutarti la mente
rovistare piano
nel tuo piccolo cuore
carpire passo passo
le contrazioni imperfette
della tua anima in pena
di mio ci metto
l’impegno a scavare;
conoscerti ancora
è un po’ come averti,
osservarti l’unico modo
che mi è dato di essere con te
mi basta appena
a fare il morto sull’acqua
come la tua pianticella
a cui sottraevo ossigeno
e adesso me la ingoierei
purché avesse cibo e calore
ma è anche linfa vitale
questo languore infinito
e tormento di saperti
in qualche altrove non mio

Giulia e Romolo

ottobre 6th, 2011
Era determinata: questa fu la prima impressione. In maniera imprecisa, corressi subito il tiro.

Le confezioni fioccavano nel carrello a ripetizione. Però subito prevaleva in lei il ripensamento, annunciato da un vezzo di cui non era probabilmente consapevole. Con una mossa veloce del dito indice riportava un’inesistente ciocca ribelle dietro l’orecchio. Poi, con la stessa mano aperta, si pettinava all’indietro, a piccoli scatti.
Quando una donna intende dare un taglio alla propria vita, notai, inizia solitamente dai capelli, la parte più volatile del suo essere. Si badi bene: non avevo alcun indizio che la ragazza del supermercato volesse apportare il minimo mutamento nella sua esistenza.
Certo, il nostro matrimonio non era il paradiso in terra. Giulia mi accusava di essere un poveraccio, di non saper nemmeno far fruttare la laurea in filosofia. E poi la mia gelosia la soffocava, così diceva. Ma una furiosa litigata aveva sempre appianato ogni divergenza. L’attrazione fisica colmava le restanti incomprensioni. Era successo anche la sera prima.
Seguire i movimenti di Giulia dalla telecamera della postazione di sorveglianza era il mio modo segreto di amarla. Quel pomeriggio pensava fossi ad allenarmi, come accadeva tutti i lunedì, e quindi spiarla mi eccitava ancora di più, sapendo che lei non lo sospettava affatto.
Giulia si toccava i capelli e partiva con la danza dell’indecisione: la mano che saettava nel carrello, l’estrazione chirurgica dell’intruso – un vaso di cetrioli, stavolta – e lo sguardo che trapassava gli altri clienti fino a individuare il punto esatto dello scaffale nel quale riporre l’oggetto scartato. Mi ricordava il fare e disfare della tela di Penelope. Forse Giulia era svogliata o, semplicemente, in preda al suo solito nervosismo.
Ero assorto nel sezionare mia moglie come fosse l’insetto inerme sotto un potente microscopio, quando la sirena dell’allarme mi lacerò le orecchie. Scattai in piedi per istinto e corsi fuori dal mio ufficio, verso le corsie del supermercato.
Una figura imponente mi si parò innanzi: pareva un guerriero di quelli che a scuola mettono nelle pagine dedicate a Shakespeare. Aveva l’elmo piumato, un’armatura metallica cesellata di fino e sul volto si notavano solo i giganteschi baffi spioventi e il folto pizzo nero. Una maschera. Niente di strano, era Carnevale.
Da sotto la corazza, anziché la spada, il guerriero estrasse però una pistola, molto poco cinquecentesca e per di più priva del tappo rosso. Me la puntò al petto da un paio di metri di distanza. Cercai con gli occhi mia moglie: se quella era una rapina, dovevo proteggere l’unica donna che avessi mai amato.
Come evocata, Giulia comparve al mio fianco. In mano teneva ancora il vaso maxi dei cetrioli. Le feci cenno di scostarsi dalla linea di tiro. Mi mossi lentamente, perché il guerriero non pensasse che volevo dare inizio a una sparatoria.
Pur nella tensione del momento, ebbi la freddezza di rilevare il silenzio che aveva zittito perfino la radio del supermercato, i clienti del tardo pomeriggio invernale immobilizzati come statuine sullo sfondo del presepio, la fastidiosa luce dei neon ad allontanare il buio che filtrava dalle vetrate dietro le casse.
Al corso mi avevano insegnato che reagire era la cosa peggiore: non sai mai con chi hai a che fare; questo magari era una balordo e si sarebbe accontentato di qualche banconota per andarsene. Bastava solo parlargli con calma.
Ma, prima che potessi dire una parola, Giulia agì. Scagliò i sottaceti addosso al guerriero, il quale preso alla sprovvista lasciò cadere la pistola a terra. Mia moglie, raccogliendo l’arma, urlò Sei un deficiente, cosa aspetti?, cui fece eco un Ma tesoro… che non era uscito dalla mia bocca.
Ciò che accadde dopo è cronaca. Giulia, esibendo una voce metallica che non le conoscevo, intimò al cavaliere di prelevare l’incasso. Poi mi guardò sprezzante: Tu non sai cos’è l’amore. Il dolore pungente delle sue parole fu mitigato dal calore che iniziò a diffondersi nel mio corpo. Lo sparo, quello no che non l’avevo sentito.

Una luminosa giornata d’inverno

ottobre 6th, 2011

Domenica mattina. Una di quelle giornate irripetibili di febbraio in cui cogli nell’aria il profumo esitante della primavera. La temperatura non è ancora ideale ma c’è una sorta di clima festoso che compensa la frescura. Sarà perché è l’unico momento in cui ti puoi riposare, sarà che oggi ti ispira qualcosa di diverso rispetto al pur piacevole programma casalingo di stravaccamento sul divano e film a manetta, fatto sta che… guardi negli occhi la tua compagna e proferisci la frase più romantica degli ultimi due anni: «Che ne dici di andare a Venezia?». Giusto, aderisce lei, ce l’abbiamo qui vicina e la snobbiamo, mentre dal Giappone e dall’America vengono apposta in Italia per vederla, per toccarla. La parola Venezia evoca atmosfera vacanziera anche se ci abiti a un’ora di distanza. Il mito ha preso il sopravvento sulla città. A me fa venire in mente le calli di notte, l’odore del salso, gli stuzzichini dei bacari, un calice di bollicine – prosecco leggermente mosso – visto in qualche fotografia ad effetto. Sensazioni vivide, quasi plastiche.

Bene, si parte. Durante il viaggio sintonizzi la stazione radio che piace a lei. All’arrivo le apri lo sportello, la tieni sotto braccio mentre passeggiate amabilmente per i quartieri meno turistici. Mangiate un tramezzino in un tipico bar vicino a piazza San Marco – talmente tipico che a gestirlo sono due romene. Un pasto frugale perché c’è da setacciare tutta la zona dello shopping di marca e i negozi fanno l’orario continuato. La accompagni paziente e cerchi di non sconvolgerti quando chiede alla commessa una borsa zebrata. Dopo due ore di andirivieni nelle boutique hai ancora un sorriso quasi imperturbabile. Ti provi perfino un trench, di cui non ti potrebbe fregare di meno, per non farla sentire in colpa a causa di tutti i capi che lei sta prendendo per sé – la carta di credito è tua. Finalmente, a dio piacendo, i negozi chiudono e si può andare a mangiare sul serio. Ti ricordi di un’osterietta dalle parti del mercato del pesce e ce la porti. Il localino è bellissimo, molto intimo, fin troppo – vi tocca condividerlo con una coppia di francesi stronzi. Il cibo è delizioso, un bicchiere di vino scalda – che dico scalda: incendia – i cuori. Torta casalinga e caffè sigillano una giornata memorabile. Sei stato talmente dolce che ti viene la tentazione di misurarti la glicemia.

Lei apprezza, ne sei certo. E infatti, appena mettete piede in casa, ti senti rivolgere questa frase: «Tutto perfetto… [pausa]… peccato che in macchina non abbiamo dialogato molto». Provi a fare mente locale sul viaggio di ritorno. Un’ora di strada, nel lettore finalmente un cd che piace a te, guida rilassata, torpore tenuto a bada in attesa di schiantarti a letto. Ti interroghi sulla tua manchevolezza. E apprendi un’ennesima lezione di vita: con tutto il tuo impegno, non potrai MAI fare felice una donna perché, per definizione, la donna è colei che alza l’asticella a ogni tuo passo verso di lei. Non sarà soddisfatta neppure se le sacrifichi un rene, poiché in questo caso penserà che te ne rimane pur sempre un altro.

Uno, due… ex

ottobre 6th, 2011

Molti ritengono che l’incontro – sebbene casuale – con un proprio “ex” a distanza di anni sia evenienza rischiosa. I partner attuali ne sono terrorizzati: i fantasmi che emergono dal passato sono considerati portatori di una capacità attrattiva superiore addirittura a quella di una nuova conoscenza affascinante o arrapante. I difetti certi del passato sono incomparabilmente preferibili agli errori eventuali del futuro.

È questa gelosia dei subentrati il motivo principale per cui, quando una storia finisce, si tronca con l’ex – oltre all’evidenza che l’inevitabile riaccasamento di uno dei due causerebbe sofferenza nell’altro che resta single: se taglio i rapporti non so nulla, nemmeno ciò che mi distruggerebbe, cioè la felicità dell’altro slegata da me.

Temo che il rischio degli incontri ravvicinati del terzo tempo non sia, però, quello dei ritorni di fiamma, quanto la scoperta che non ci sono più fiamme da rinfocolare. Si è disposti a supplire coi ricordi, a enfatizzare appellandosi alla nostalgia. Ma purtroppo quella donna fatale, quell’uomo brutale non ci “dicono” più nulla. E anche i nostri ormoni tacciono. Di tutto ciò che fu, resta un pugnetto di cenere. Con cui cospargersi il capo, contriti.

Il diritto va a puttane

ottobre 6th, 2011

Il sindaco di un Comune che attraverso spesso per lavoro ha emesso nei giorni scorsi un’ordinanza anti-prostituzione. In sostanza si prevede «il divieto di sostare sul suolo pubblico in atteggiamento che in maniera inequivocabile connoti l’attività di meretricio».

Mi sono chiesto a quale atteggiamento si possa far riferimento per definire una persona “prostituta” e da cosa si desuma l’inequivocabilità. Mi sembrano espressioni poco giuridiche e altamente discrezionali. Forse l’ideale sarebbe che le signorine di vita si mettessero sul ciglio con la scritta «Sono una bagascia: punitemi».

La cosa che mi lascia più perplesso di questa vicenda è che l’attività repressiva non ha come obiettivo il miglioramento delle condizioni di chi sia costretto a prostituirsi ma il ripristino del decoro di facciata. Infatti è vietata l’attività di prostituzione che «offenda la pubblica decenza o turbi il libero utilizzo degli spazi pubblici». Insomma, se l’immigrata clandestina viene pestata dal protettore, umiliata dal cliente e derubata dal fidanzato, però all’interno delle mura, poco male: lo scandalo è evitato. Ci ritrovo una delle deformazioni dell’indole veneta: si può fare tutto, purché non si risappia; e, anche se si viene a sapere, basta sussurrarne dietro le spalle.

Mi piacerebbe poi sapere se esista un porno-detector per individuare inequivocabilmente una prostituta. Sono le minigonne ascellari? Le tette pompate? L’atteggiamento lascivo? Altro che sindaco, qui ci vorrebbe un decreto del presidente della Repubblica con mandato di perquisizione degli studi televisivi. Oppure è il dare sé e il proprio corpo in cambio di un compenso (matrimonio, soldi, potere, agiatezza)? Ma questo mercimonio è più diffuso della peste al tempo dei Promessi sposi! Allora, di cosa stiamo parlando?

[Del resto, questa è la stessa Amministrazione comunale che vuole impedire l'accattonaggio punendo gli accattoni con una sanzione di 100 euro. Ora, qualcuno mi deve spiegare come possa fungere da deterrente un esborso di soldi per uno che soldi non ne ha: se li avesse, non andrebbe in giro a elemosinare, giusto?]

brutalità

ottobre 6th, 2011

C’è solo una cosa peggiore rispetto all’essere mollati, e cioè che l’ex si riaccasi con un altro e tu aspetti che loro si mollino, ma lei ti dice: il problema non è lui, sei tu, quindi anche se fossi libera non ci rimetteremmo insieme.

In amore sono essenziali finzione e immaginazione, aspetti entrambi vanficati da una brutalità che toglie ogni margine alla speranza.

Quanto dura un amore?

ottobre 6th, 2011

Una delle più belle canzoni pop-amorose mai scritte, When love breaks down dei Prefab Sprout, rimanda fin dal titolo a un concetto chiaro: il punto non è se una storia d’amore terminerà, ma quando.

Non a torto, si dà per scontato che l’amore sia dotato dell’eternità umana, cioè la provvisorietà.

Sono molti gli studi che hanno provato a quantificare la durata dell’amore. Tempo perso. Si può senz’altro ipotizzare quanto si prolunghi la passione intesa come attrazione sessuale, ma l’amore è faccenda ben più complessa, in cui intervengono, e con rilevanza diversa da soggetto a soggetto, fattori che possono vanificare anzitempo il collante passionale o viceversa prolungarne gli effetti.

Mi sembra che l’atteggiamento più saggio sia comportarsi con l’amore esattamente come facciamo con l’aspettativa di vita. Si tratta in entrambi i casi di un fenomeno finito, caduco, transeunte, e non per questo da rifuggire o denigrare.

Essere certi che l’amore ha un termine non inficia tutte le esperienze, gli insegnamenti, le condivisioni che l’amore introduce una volta per sempre nella nostra esistenza. Avere provato gli sconquassi della passione non deve deprimere a causa della loro difficile ripetibilità, quanto piuttosto essere motivo di consolazione rispetto a chi non ha la fortuna di provarli mai.

Insomma: vivere la storia d’amore come se non dovesse finire mai; affrontare i postumi d’amore grati di ciò che si ha avuto il privilegio di sperimentare.

amori al liceo

ottobre 6th, 2011

Sapete perché si usa l’espressione “perdere la testa” quando si è innamorati? Perché l’unico modo per disamorarsi sarebbe quello di tagliarsela, la testa. Per questo, in alcune Regioni, i dolori d’amore si allontanano invocando i santi decapitati.

Ma c’è un periodo della vita, che assorbe peraltro la quasi interezza della vita, nel quale l’amore viene evocato, più che scacciato, e alimentato anziché circoscritto, come un fuoco sacro il cui alito purificatore prevalga sul devastante effetto delle fiamme.

A 16 anni eravamo così, stupidi e innamorati. Stupidi perché inconsapevoli e ciononostante arroganti, però attenti a non lasciarci sfuggire le occasioni che a nostro avviso la storia avrebbe eternato. Ad esempio un grande sciopero contro la Falcucci, ministro di cui oggi – come di molti altri – si fatica a ricordare il nome, che aveva varato una politica della scuola meritevole di protesta. Il giorno della contestazione cadde sabato 18 ottobre 1986.

Stupidi, perché dotati di coscienza civica informe, ma innamorati. Di tutto: di uno sguardo, di una confidenza con gli amici, di un ideale, di una notte stellata, di una festa semplice. E smaniosi di comunicare questo amore indiscriminato e indeterminato. Il 18 Ottobre nacque proprio come strumento permanente di espressione di un impegno acerbo e di uno stato amoroso bruciante. Ci debuttai come responsabile della redazione nel numero 11 del 1988 pubblicando l’inno generazionale “Emergenza” che ebbe una certa eco almeno fra gli studenti del classico: all’epoca la sede centrale del liceo Brocchi era in via Verci (dove non casualmente oggi si trovano gli uffici della Procura) e le sezioni erano appena due, A e B. Nei versi «solo a noi / che scriviamo senza essere poeti / e amiamo senza essere ricambiati» era racchiusa tutta l’aspirazione irrisolta del secchione mescolata alla cosmica infelicità amorosa. C’era poi la letteratura. Per me, che avrei trasformato la scrittura in una professione, i primi test con gli scrittori veri: Kafka che avevo divorato in quarta e quinta ginnasio, Svevo di cui apprezzavo l’ironia e che omaggiai in un racconto intitolato “Tutta colpa di Zeno Cosini”.

Esibizionisti timidi, scrivevamo per metterci in mostra, però firmavamo con pseudonimi in modo da non rendere immediata l’identificazione fra la parola e il suo autore. Partiva perciò, nei corridoi durante la ricreazione, la semina pilotata di indiscrezioni su chi avesse scritto quel testo provocatorio o disegnato quel fumetto onirico, nella speranza che le ragazze più giovani ne traessero motivi di innamoramento.

Per me 18 Ottobre rappresentava una missiva senza mittente, un messaggio in bottiglia gettato verso cuori affini capaci non solo di decifrarlo ma anche di risalire all’animo sensibile che l’aveva saputo ideare. Avevamo la mania di formulare leggi immutabili – magari che codificassero l’eterna provvisorietà – e di stilare manifesti: celebre quello dell’Icarismo, che esordiva con «La vita è ricerca ininterrotta. La noia è la sensazione illusoria di appagamento quando si smette di cercare, credendo di aver trovato». Ricorrevano vocaboli ricercati (“endoreico”), aperti lì come la coda del pavone, il latinorum (“arbiter elegantiae”) con cui ratificare l’appartenenza a una presunta élite intellettuale, sentenze lapidarie del tenore di «È prerogativa dei deboli difendersi offendendo».

In realtà l’unica a prenderci sul serio era la professoressa Luciana Fontana, forse la migliore docente che abbia avuto, la quale un giorno, e dandomi una lezione “politica” in classe, contestò un mio articolo dimostrando sia di averne riconosciuto la penna sia di tenere all’autorevolezza dei suoi studenti.

Dal punto di vista operativo, l’esperienza di 18 Ottobre ci insegnò una certa manualità e l’arte di arrangiarsi, dato che il giornale scolastico era autogestito e interamente finanziato da coloro che di volta in volta si qualificavano in copertina come direttori (ir)responsabili. Tramite Battello Ebbro, intraprendente associazione culturale, entrammo in contatto con una radio autonoma (Babilonia) che aveva gli studi in via Beata Giovanna e che ci metteva a disposizione gratuitamente il ciclostile: “stampavamo” il giornale, per la prima volta su entrambe le facciate, per farci stare più contenuti con la stessa quantità di carta. Lavoravamo di pomeriggio, nelle fasce orarie in cui non c’erano trasmissioni radiofoniche in diretta. Bazzicando la radio si accresceva la nostra cultura musicale a base di Clash e Stranglers, i cui vinili ci venivano prestati e andavano a integrare la passione per la new wave. L’interesse in genere verso il post punk ci spinse a costituire un gruppetto dall’improbabile nome di Kick and the blonde’s kiss che ebbe vita lunga, nomi cangianti e alterno successo; nella fase alta dell’alternanza va inserito il trionfale concerto organizzato dalla Scuola Rock, allora ospitata nei locali dove adesso sta il Centro anziani – anche qui un’evoluzione che tiene conto dell’anagrafe dei protagonisti. La gente ballava, a discapito della ritmica zoppa del batterista, e questo era importante. Cosa c’entra la musica col 18 Ottobre? Molto, perché il nucleo della band era il cuore della redazione: oltre a me, Patrizio Martinelli, oggi architetto e docente universitario, Paolo De Gregorio, produttore musicale e editore di una rivista rock a New York dove vive.

Dunque, stupidi e innamorati eravamo. Di una frase o di un giro di basso, di un caschetto biondo e di un giornale d’istituto. In definitiva della vita, storia non scritta di amori conflitti speranze, che talvolta ci sembrava il carcere dentro una scuola e talaltra la palestra di un esercizio più impegnativo che ci attendeva, al varco della maturità.

Col cuore si vince (se c’è un cervello attaccato)

ottobre 6th, 2011

Dieci anni fa ricevetti in redazione la visita di una cara amica, disperata. Cominciò a raccontarmi i disastri della sua vita amorosa, anzi ad aggiornarmi visto che la sequenza delle disfatte recenti mi era piuttosto chiara grazie ai suoi puntuali riepiloghi.

Era follemente perduta di una specie di pittore che però la maltrattava, sia fisicamente (e questo sembrava piacerle) sia umiliandola (e tale aspetto invece la feriva profondamente).

L’ultima beffa era fresca fresca: la mia amica si era presentata nottetempo nello studio dell’artista. Sapeva che gli piacevano le improvvisate. Aveva guidato da casa completamente nuda – era novembre – col rischio che qualche pattuglia dei carabinieri la fermasse e le chiedesse spiegazioni. A lui piaceva pensarla nuda e eccitata al volante, lei lo accontentava. Arrivata nel parcheggio dello studio, era scesa con due straccetti addosso giusto per la decenza. Si era sporta alla finestra perché al pittore piaceva intravedere le sue nudità dalla piccola apertura prima di goderne la visione stereoscopica e ravvicinata.

La sorpresa ordita dalla mia amica ebbe un finale diverso da quello da lei immaginato. Infatti l’improvvisata al bravo artista l’aveva fatta un’altra delle sue “modelle”, e abbastanza prima di lei a considerare l’avanzato stato di contorcimento dei due. In prima battuta la mia amica pensò di dileguarsi salvando almeno la dignità ma poi, per quell’istinto suicida che caratterizza alcune donne in certi frangenti, bussò alla finestrella. E dovette ripetere il gesto varie volte, mentre la schiena le si intirizziva al vento autunnale, perché il pittore e l’altra donna stavano seguendo un ritmo più rumoroso di quello delle nocche sul vetro protetto dalla grata.

L’artista udì finalmente il rintocco, con un’occhiata decifrò la situazione e uscì seminudo dalla porta invitando la mia amica ad accomodarsi, prospettandole peraltro la possibilità che l’incontro notturno a due potesse registrare un incremento numerico: «del resto, tre è il numero perfetto!» le disse compiaciuto.

Stavo per chiedere alla mia amica se avesse accolto la profferta quando, nel clou del racconto, irruppe nell’ufficio un mio collega ignaro di tutto: le sorrise, intuì vagamente di cosa stavamo parlando e se ne uscì con una frase trionfale, in quel frangente piuttosto inappropriata:

Col cuore si vince.

Ho ripensato spesso a questa frase nel corso degli anni perché:

a) la mia amica non ha più voluto raccontarmi il seguito della sua intrigante storia;

b) il mio collega, incoraggiato dall’audacia della mia amica, ha tentato di portarsela a letto – senza successo: del resto, non era pittore;

c) ho cominciato da lì a chiedermi se sia vero che usare sempre e solo il cuore sia un’arma vincente in amore.

Voglio dire: ogni raffigurazione amorosa comprende necessariamente il cuore, che talora può essere trafitto o spezzato a seconda della fase di evoluzione che la vicenda amorosa sta attraversando, ma è sempre pulsante, vivo, positivo. E quindi, sì: il cuore conta, in amore.

Conta come passione, audacia, temerarietà, caduta del pregiudizio, abbandono della diffidenza, e abbandono tout court.

Il sentimento come istinto, come irrazionalità, come chimica pura, intesa alla stregua di una alchimia di cui non sia opportuno e nemmeno utile decifrare il processo di reazione che innesca.

Ma basta questo?

È vero che ascoltando le proprie viscere, la propria pancia, il trasporto emotivo, si fa la scelta giusta quando si bazzica fra i sentimenti?

Ed è vero che l’unico modo per essere felici in amore è andare “dove ti porta il cuore”?