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Dietro ogni cosa
c'è una storia

 

Ieri sera ho mangiato una mela dolce, polposa, gustosissima. La sua storia parte nel 1963 quando Adelmo, un baldo trentino, presta servizio militare in Piemonte. Nel corso di una massacrante marcia con la sua compagnia, un soldato gli cade svenuto davanti, stremato dalla stanchezza. Adelmo lo solleva, lo rianima, afferra lui e il suo zaino e trascinando i due pesi morti riprende la marcia. Arriva in caserma quattro ore dopo il resto dei compagni. È sfinito e affamatissimo.
Deposita il commilitone in un angolo, appoggiandolo con la schiena al muro, e si mette in fila per il rancio di una compagnia diversa – la sua ha già cenato da un pezzo. Da un enorme pentolone gli riempiono di brodo fumante la sua gavetta e quella per il compagno. «Tu non appartieni a questa compagnia, vattene!». Il capitano torvo gli sta gridando sul muso. Adelmo prova a spiegare la situazione, irritato che quell’ufficiale si frapponga fra lui e il cibo. Il superiore con una falcata di braccio rovescia le due gavette addosso ad Adelmo, ustionandogli le braccia e il viso. Spossato dalla giornata, umiliato davanti a tutti, Adelmo esplode. Prende il capitano in braccio – una mano sotto la schiena, una sotto le ginocchia – e lo scaraventa nel pentolone bollente di brodo.
Processo militare a Desenzano. Adelmo viene condannato ad arruolarsi nella Legione Straniera, il refugium peccatorum degli sbandati, dei disperati, dei perdenti che non hanno nulla da perdere. Sei mesi d’inferno.


Finisce in Algeria, a fare l’autista. Con la lingua francese se la cavicchia e in più lega subito con il suo superiore, Antoine. Quella che doveva essere una punizione si trasforma in un’esperienza stimolante, a contatto con persone nella stragrande maggioranza simpatiche. Le attività non sono pesantissime, il clima è buono, nessun episodio di bullismo arriva a ferirlo. «Quella condanna è stata la mia fortuna» dirà molti anni dopo.
Nel marzo del 1964 il periodo imposto ad Adelmo scade.
«Resta!» lo prega il comandante Antoine chiedendogli di prolungare la permanenza.
«Devo tornare in Italia, sono un contadino, è quello il mio posto, è quello il mio lavoro».
A malincuore, dopo varie insistenze, Antoine se ne fa una ragione.
«Ti voglio fare un regalo, però».
Il legionario Adelmo torna a casa, riprende il ritmo dei suoi giorni precedenti al militare in Piemonte, alle prevaricazioni del capitano, ai giorni africani con la Legione Straniera.
Un giorno suona il campanello della sua azienda agricola. Gli consegnano un fusto del latte.
Incuriosito – non ha ordinato latte, non gli serve –, Adelmo toglie l’imballaggio e apre il coperchio di metallo.
Dentro, immerse nel liquido lattiginoso, sono pigiate centocinquanta piantine dal fusto gracile. In un sacchettino di nylon, perché non si rovinasse nel viaggio, Ademo trova un biglietto scritto a mano.
“Ti prego di accettare questo dono in ricordo della nostra amicizia. Sono piante di melo, di una varietà rarissima. L’esportazione dalla Francia è severamente vietata, se mi scoprissero sarebbero guai seri. Non parlarne con nessuno. Tuo Antoine”.
Adelmo pianta quei meli in una zona protetta della sua campagna e li segue come fossero figli. Nel corso delle stagioni li cura, li pota, li abbevera. La sua vita continua per mezzo secolo mentre le piante gemmano e invecchiano assieme a lui.


«Vuole assaggiare?».
Adelmo ha un baracchino lungo la Valsugana in cui vende il suo raccolto, e alle persone che gli stanno più simpatiche porge con sorriso complice un frutto rosato. «È la Mercedes delle mele. – proclama fiero – E non mi dica anche lei che dovrei paragonarla alla Ferrari, le Mercedes sono più affidabili». Lascia il tempo di mordere la buccia croccante, spia incuriosito. «Ha tempo? Vuole che le dica perché sono speciali?».
E Adelmo comincia a raccontare le preziose mele francesi che parlano di giovinezza e di una grande amicizia sbocciata a vent’anni. Sulla guancia rugosa di sole gli scende una piccola lacrima, si affretta a nasconderla fingendo di frugare in una cassetta sotto il tavolino di legno e ferro che sostiene i suoi ortaggi. Con Antoine non ha più parlato. L’ha anche cercato, a lungo, ha solo saputo da un vecchio compagno d’armi che era morto, anni prima. Del suo comandante generoso conserva un vecchio biglietto spiegazzato e stinto, da qualche parte nel portafoglio. L’unica prova, ormai, che questa storia è realmente accaduta.