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Petaloso
sarai tu

 

 

Mi ero ripromesso di non intervenire sulla questione di “petaloso” avendo preferito lasciare campo alla pletora di specialisti di arbitraggi della Juventus, derapate di Valentino Rossi e diritto delle unioni civili, riconvertiti nel batter di un post in esperti massimi e severi della lingua. Persone, va da sé, che a fatica distinguono un aggettivo da un sostantivo e la cui comunicazione scritta più frequente è la spunta della privacy nei moduli degli acquisti a rate di Mediaworld. Ma email, telefonate, messaggi e richieste di amici mi inducono a dire un paio di cose (è la menata che si tira fuori in questi casi, l’ha fatto anche Berlusconi a ogni ennesima ricandidatura: «Me l'hanno chiesto»; a Renzi invece non l’ha chiesto nessuno, ed è questa la sostanziale differenza fra destra e sinistra in Italia).

La mia prima osservazione è che i bambini per loro attitudine inventano parole continuamente, a volte astruse a volte collegate a suoni e significati di parole esistenti. Chi lo fa, quindi, non è un genio, come non lo sono i figli infanti dei miei amici che emettono ruttini canori e rigurgitini screziati: tutto naturale, come direbbe Formigoni che di natura e contronatura ne sa a pacchi. “Petaloso”, poi, è anche abbastanza banale: i bambini sanno fare di meglio. Sarebbe come dire che la mano è “ditosa”, espressione che poco aggiunge in termini di conoscenza o di evocazione. Brava è stata la maestra, invece, che oltre a segnalare l’errore ne ha rilevato la curiosità (distinguendo così fra errori sterili e errori creativi, se così si può dire), e soprattutto ha chiamato in causa una autorità “superiore” mostrando ai suoi allievi che anche gli insegnanti – categoria solitamente depositaria motu proprio di una arrogante patente di verità – riconoscono gerarchie e specializzazioni di sapere.

Il vero colpo da campioni, comunque, l’ha fatto l’Accademia della Crusca, istituzione che stimo da sempre, ancora di più da quando ha arricchito la sua biblioteca con il mio libro “Le parole sono importanti”. Da alcuni anni, infatti, ha svecchiato il proprio ruolo percepito: da implacabile censore del minimo deragliamento linguistico a osservatore curioso e competente di come la lingua vive e si modifica. Oggi resta garante dell’ortodossia ma lo fa in maniera non pedante: interagisce con la società dei parlanti, usa una comunicazione che si fa capire da tutti. Tutti quelli che vogliono capire, ovviamente. Non chi ha preso la sua lettera su “petaloso” – una delle decine che invia ogni giorno, immagino – per l’avallo di un nuovo termine. La lingua non la fanno né i professori né le grammatiche. La lingua è un affare della gente perché serve alla gente per capirsi. Quando nascono modi più semplici, svelti, efficaci per capirsi, la comunità dei parlanti cambia la lingua: un po’ alla volta, spesso senza omogeneità, un pezzetto qui uno là in fondo. L’Accademia della Crusca, secondo me, ha voluto dire che se oggi “petaloso” non è registrato nei vocabolari – fatto salvo il solito saccente che la ritrova in una edizione in tre copie spurie di un vocabolario uzbeko del 1674 –, non vuol dire che non lo sarà mai. Così come se oggi “qual’è” è un’eresia linguistica, può essere che fra duecent’anni la sensibilità sia cambiata e il qual è apostrofato diventi la versione corretta, cioè accettata dall’intera comunità di coloro che usano la lingua (non soltanto usata da cento o mille ignoranti che la mutilano e imbrattano).

Per concludere: bravi i comunicatori dell’Accademia della Crusca perché hanno saputo trasformare in argomento di discussione collettiva un tema che è collettivo – la lingua – ma che quasi sempre è una non-notizia, riuscendo nella titanica impresa di soppiantare per qualche ora su Facebook le parabole sui lupi femmine che stanno al centro del branco, le pillole motivazionali di quelli che ti insegnano a diventare ricco avendo loro le pezze al culo, le foto di figli esibite come trofei della propria bravura e prestanza, le frasi di Barbara Alberti plagiate e firmate da altri (professori, per inciso), le “citazioni famose” alla cxxxo e fraintese che fanno rimbombare come campane a morto il vuoto di un pensiero autonomo, vivace, in definitiva petaloso.