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Notte prima
degli esami

 

Sono diventato giornalista grazie all’Europa, l’Europa molto prima di Maastricht e Schengen. A inizio anni Ottanta mi venne il trip dell’esperanto, questa lingua artificiale inventata da un medico polacco, Zamenhof, e decisi di impararla. Mi procurai grammatica e vocabolario e iniziai a studiare. La mia maestra delle elementari venne a saperlo e mi introdusse nel Movimento federalista europeo, di cui faceva parte. Se volevo approfondire una lingua unificante, per forza di cose ero pronto a lottare per l’Europa unita!
Le riunioni si tenevano in un palazzo storico in Angarano cui si accedeva da un cancelletto mezzo divelto che apriva su arbusti lasciati a se stessi. Alle riunioni serali mi accompagnava, con la sua Panda traboccante di profumi speziati, una signora siciliana, piccola e un po’ storta; lavorava come impiegata in una ditta di metalli, viveva da sola e si affezionò a me come a un figlio putativo affidato a tempo determinato. L’animatore del gruppo era un brillante professore di ginnastica che aveva importato in Italia la pratica dello yoga.
Siccome ero l’unico under 50 e mi annoiavo abbastanza, fu creata la sezione “giovani federalisti europei”. Mi piaceva scrivere, quindi delegarono me a fare i comunicati sulle attività dell’associazione. Li scrivevo nella nuova sede di via Museo su una macchina per scrivere mancante di alcune lettere che andavano integrate a mano e li portavo nella redazione del più diffuso quotidiano locale. Il capo della redazione, vedendomi la seconda o terza volta, mi disse «Quanti anni hai?». Ne avevo tredici, dissi quattordici. Ne dimostravo otto. «Sei bravo, ma sei troppo giovane, ripassa fra qualche anno». Ripassai dopo qualche anno chiedendo di quel giornalista, ma nel frattempo lui aveva fatto carriera ed era passato in un’altra redazione. Il mio debutto nei quotidiani sarebbe slittato.
È questo motivo – la mia fedele militanza volontaristica europeista – che mi guadagnò un viaggio in giro per l’Europa a conoscere coetanei. Correva l’anno 1988 e, da ragazzo giudizioso, pensai subito: non è che andarmene dieci giorni, l’ultimo anno delle superiori, pregiudicherà il mio esame di maturità? La preside, giovane bella rampante, mi diede il suo ok; la professoressa che stimavo sopra tutti aggiunse: vai pure, tanto oltre il 46 non prenderai comunque. L’incazzatura, per me, è una ricarica meglio della Duracell. Rinunciai al viaggio e dissi: gliela farò vedere io!
Riassumendo, i miei problemi a 18 anni erano due: 1) uscire dalla maturità con un voto alto, più di 46; 2) entrare nelle grazie di una mia compagna di classe di cui ero cotto dalla gita di tre giorni a Firenze. Quanto all’esperanto, avevo abbandonato l’idea di impararlo, anche perché nessuno l’avrebbe parlato con me.
K. era la più brava della scuola e la più secchiona della classe ma quell’anno si sentiva profondamente insicura e si appoggiò alla mia amicizia come fa un sontuoso glicine attorno al ramoscello secco che senza nessun merito le vegeta accanto. Ci vedevamo quasi ogni giorno perché lei portava a spasso il cane di sua nonna e all’andata o al ritorno, passando davanti a casa mia, suonava il campanello. Mi sporgevo dalla finestra del salotto, dove di solito mi mettevo a studiare, scambiavamo due idiozie e scendevo per accompagnarla un tratto. Di quelle chiacchierate itineranti ricordo davvero pochissimo: le mie facoltà unitasking di individuo puberale erano concentrate sulla massa spinosa dei suoi capelli biondissimi, sulla piega all’ingiù delle sue labbra sottili, sulle gambe abbronzate che gli short chiari valorizzavano (e sul suo imperioso seno). Aveva una camminata fluida e allo stesso tempo marziale, mi prendeva in giro dolcemente, con impennate di cattiveria, e mi parlava di altri ragazzi arginando subito la mia gelosia con dita dalle unghie mangiucchiate che si posavano più del necessario sui miei polsi, attorno agli avambracci, sulle mie guance imberbi.
Arrivai ebbro e anestetizzato alla vigilia della maturità. Non avevo grandi ansie per il mio esame, ero preoccupato invece per K., che vedevo sempre più tesa, schiacciata dalle aspettative degli altri che non le spegnevano il sorriso e in compenso le sottraevano troppe ore di sonno. Una sola scena conservo del mio esame: il commissario esterno che impernia l’interrogazione su una nota a pie’ pagina del manuale di letteratura greca. K. non fece una grande prestazione né agli scritti né all’orale ma prese 60 e le spettava, honoris causa se non altro (conquistò il 60 anche C., autrice di uno strepitoso recupero). Al secondo posto ci classificammo io e il mio amico e compagno di banco Pat, quello che beccava 10 in condotta quando io prendevo 8 e quindi non si capiva con chi cavolo facessi casino.
Un 54 di tutto rispetto, podio condiviso con onore, anche se poteva scapparci di più – ma 6 punti di stacco da K. ci stavano in ossequio a gerarchie sedimentate nel corso del ginnasio e del liceo. K. e io festeggiammo con una biciclettata di vento ai capelli attorno al cimitero di San Giacomo e da allora il momento magico sbiadì. Lei non aveva più così bisogno di me, mi presentò un’amica che ci misi troppo tempo ad amare come meritava e che lasciai dopo dieci anni, quando avrei potuto amarla come mi aveva insegnato. Ho rivisto K. la scorsa estate a un aperitivo di liceo. Mi è sembrata serena e molto consapevole. Ci siamo punzecchiati sorseggiando una spremuta.
Non ho mai avuto incubi legati alla maturità.