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La cura

 

Ero andato a seguire un trionfale concerto dei Cure a Treviso e tornavo verso casa a tarda ora. Avevo riaccompagnato la mia ragazza a Possagno, era una notte da lupi di nebbia e pioggerellina bastarda. Affrontando il ponte di Crespano del Grappa, famoso per i suicidi e per gli incidenti stradali – la settimana dopo avrebbero rettificato quella curva micidiale –, persi il controllo della mia potente Y10 modello Mia dotata di interni in alcantara, acquistata da sei mesi con mutuo decennale nell’euforia dei miei primi stipendi di giornalista. Alle due passate di mattina transitava un’unica auto, in senso opposto, e sincronicamente ci scontrammo. Un bel frontale nel quale riportai la peggio.

Essendo senza cinture, il colpo mi proiettò lo sterno addosso al volante e la fronte contro lo specchietto retrovisore. Fu una lotta intensa, breve e vittoriosa. Per lo specchietto, che distrusse la mia tempia con una lacerazione dalla quale cominciò a fiottare una quantità di sangue mai vista, così, tutta assieme. Scesi quasi subito e la condizione delle auto non era buona, no; la ragazza che avevo centrato mi sembrava invece del tutto integra: neanche il tempo di scusarmi e lei brandiva il modulo della constatazione amichevole.

Una scena incongrua. Notte, freddo, silenzio rotto solo da “There is a light that never goes out” degli Smiths in audiocassetta che usciva dalla portiera spalancata della Y10; la mia testa rotta e sangue che la pioggia diluiva ovunque, sui vestiti, sui capelli, sull’asfalto. E la tizia che reclamava il mio nome su quella carta. Cercavo di spiegarle. Forse era il caso che mi facessi medicare. Lei non ci sentiva, probabilmente temeva che il decesso mi avrebbe impedito di firmare.
Nel frattempo scoprii che Crespano è una località insospettabilmente ben frequentata verso l’alba. Passarono alcuni automobilisti che rallentarono e, scansando con cura le nostre lamiere allacciate, constatarono che il sangue abbondava. Passarono oltre soddisfatti. I cellulari non esistevano, mi ricordai di una cabina pubblica che era però abbastanza lontana e io non avevo gettoni o monete per telefonare. A piedi non ci sarei mai arrivato da solo.

Mi sentivo stranamente calmo, come Kevin Spacey in “American Beauty” quando comprende che il senso della vita è viverla fino in fondo e che la morte potrebbe essere un accidente non poi così serio. Mentre mi arrabattavo nel tenere a bada con un fazzoletto l’emorragia di sangue e col silenzio la ragazza che berciava sempre più stridula, avanzò una Golf bianca. Il ventenne alla guida si fermò, abbassò il finestrino, s’informò se c’era bisogno di aiuto. Gli spiegai in due parole cos’era successo. Mi fece salire e mi accompagnò alla cabina telefonica. Nel tragitto venni a sapere che anche lui era stato con la fidanzata al concerto dei Cure.
«In macchina stavi ascoltando gli Smiths, vero?» domandò gentile.
Se mi disse il suo nome, non lo ricordo. Mi mise in mano la moneta per telefonare. A titolo di riconoscenza gli lasciai il sedile insanguinato. Chiesi i suoi riferimenti per poterlo risarcire e ringraziare meglio. Lui rispose che non importava. Ripartì piano con la sua Golf dopo essersi accertato che fossi riuscito a comporre il numero di casa.

Il resto avvenne velocemente. Arrivò l’ambulanza, tamponarono la mia povera testa, mi portarono all’ospedale di Bassano per una selva di punti di sutura di cui conservo ancora ampia cicatrice sulla tempia sinistra. Avevo perso una quantità esorbitante di sangue e i medici si meravigliarono che non fossi svenuto. Gli spiegai che la tipa del frontale mi aveva tenuto sveglio con le clausole della constatazione amichevole e in ambulanza, per non perdere i sensi, avevo ripetuto a raffica gli articoli del codice penale che stavo studiando per un esame. Il diritto serve sempre, nella vita, un po’ come il latino.
Ah, da allora allaccio sempre le cinture di sicurezza. Anche se devo restare parcheggiato. E non ho più ascoltato gli Smiths in macchina perché, non so, mi pareva portassero sfiga.

La tizia ottenne dall’assicurazione un risarcimento che le consentì di mettere su casa nella Pedemontana. Che io fossi ancora vivo non credo le importasse molto; ma non me la prendo, lei l’avevo rimossa fino a questo momento. Il mio pensiero è invece andato spesso negli anni al ragazzo che, forse, mi ha salvato la vita e a cui ho imbrattato l’auto profumata e ben tenuta.
Vorrei ringraziarlo ancora e dirgli che ho finalmente capito cosa è accaduto quella magica notte del 1992. Ho capito che tra le persone esistono armonie segrete di solidarietà e che la musica spesso aiuta a farle risuonare. Perché la musica non renderà migliori ma di sicuro rende attenti, ricettivi, propensi all’ascolto – perfino delle domande mute.