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Il Matto

Ad Arco c’era un uomo che chiamavano “il matto”, come in ogni paese negli anni settanta suppongo. Camminava a lunghe falcate con passo deciso da montanaro e mentre procedeva ripeteva fra sé, animosamente, frasi di cui nessuno ha mai capito il significato. I genitori ci dicevano che non era pericoloso, bastava ignorarlo, però io mi ricordo cosa succedeva quando arrivava il circo.

Davanti a casa nostra c’era un cartellone per le affissioni dove una volta all’anno venivano appesi i manifesti del circo. Per parecchie settimane, e fino a completo stingimento, al centro campeggiava un disegno coloratissimo, di giallo, di rosso, con tigri dalle zanne sciabolanti e gorilla che si battevano il petto. Le rare volte in cui al circo ci portavano, sembrava tutto meraviglioso solo perché quei disegni evocativi ricordavano più un libro di Salgari sulla Malesia che le tristi gabbie con gli animali sedati e spennacchiati. Al Matto interessava il cartellone. Passandoci davanti, bloccava all'istante il passo, si poneva frontalmente alle bestie e iniziava un rito di trasfigurazione; non si comprendeva bene se per imitarle o provocarle, quelle fiere. Lo scimmione gli veniva particolarmente bene, soprattutto perché la sua imponente stazza, la barba arruffata e i capelli a matassa garantivano l’immedesimazione con il ‘terribile’ animale del circo. I passanti allora cambiavano marciapiede e la mamma al grido “Arriva il Matto! Arriva il Matto!” ci richiamava subito in casa, terrorizzata forse che l’uomo-scimmia ci potesse rapire stringendoci nel pugno. Ci era concesso al massimo di spiare da dietro la finestra del salotto ma con le tende tirate, perché non-si-sa-mai.

Dove il Matto abitasse non si era mai saputo, anche se più di qualcuno sospettava che andasse a rifugiarsi alcune notti in una casupola diroccata vicino a uno dei molti sanatori che disegnavano la cintura protettiva attorno al paese. Per vivere, svolgeva mansioni di fatica, questo è certo. Il suo apparire spaventevole corrispondeva infatti a un vigore da lavoratore indefesso. Lo chiamavano a giornata, a caricare e scaricare pesi, e nonostante la sua evidente stranezza nessuno si era mai lamentato per indisciplina o per attività lasciate a mezzo.

Una mattina precettarono il Matto per un trasloco in centro. Lui si impegnò tutto il giorno e praticamente da solo, senza nemmeno la sosta per il pranzo, portò in strada un intero appartamento, poggiando sulle spalle e sulla schiena mobili massicci, manovrati con insospettabile leggiadria per due giri di scale. Quando ebbe svuotato i locali, pretese la cifra pattuita all’inizio e il committente ebbe la bella pensata di appellarsi a non so che pretesto per ridurgli il compenso.

Il Matto ci pensò qualche secondo e non disse niente.
Scostò con uno spintone l’autista, e un divano passò dal pianale del camion alla sua spalla destra. Nel giro di pochi minuti il divano a quattro posti era di nuovo al suo esatto posto, sul lato lungo del salotto, a ridosso della terrazza. Poi toccò agli armadi, ai pensili della cucina, ai comodini e alla libreria con tutto il contenuto. Ogni cosa era ricollocata al millimetro e senza un’ammaccatura, cosicché quando il Matto finì, e le stelle pulsavano sull’inchiostro del cielo, la casa sembrava la stessa identica della mattina. In quell’andirivieni serrato e professionale, nessuno osò ostacolarlo; la sua determinazione appariva così truce che qualsiasi obiezione si sarebbe sgretolata prima di tradursi in parole.

Verso mezzanotte, il Matto raccolse il gilet dai bottoni dorati che lo accompagnava a ogni stagione e con passo sorprendentemente riposato se ne andò. Senza salutare e senza recriminare. Il messaggio era chiaro: se non mi vuoi pagare, revoco il mio lavoro. In paese tutti sostenevano che quell’uomo era matto, ma devo dire che a me bambino di sette anni il racconto del trasloco riavvolto all’indietro fece un’impressione del tutto diversa. Il Matto era Saggio, eh sì.