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Dilettanti
allo sbaraglio

Ricevo da più parti racconti di presentazioni deludenti di libri. Le accuse più frequenti sono tre: 1) manie di protagonismo del presentatore, il quale non capisce che deve essere “a servizio” poiché la gente spesso non è lì per vedere e ascoltare lui; 2) noiosità della seduta, seriosa e piatta, poco avvincente, portatrice di sbadigli; 3) scarsa preparazione sul testo presentato, che genera domande banali, scontate, generali e generiche lasciando negli spettatori la sensazione di aver perso tempo.

Questa situazione mi è nota e non mi stupisce che le persone vi si sottopongano con spirito penitenziale: pur di avvicinarmi al mio autore preferito, mi sorbisco tutto (il resto). La causa di simili fallimenti è il dilettantismo, quasi sempre del presentatore e talora anche del luogo che ospita la presentazione: microfoni che gracchiano, aria condizionata rotta d’estate, sedie scomode, ecc. La scarsa bravura dell’autore non la prendo in considerazione poiché presuppongo che organizzare una presentazione sia comunque sensato per chi abbia un seguito: esteso o striminzito, locale o planetario.

Io presento libri e modero incontri da una vita e oggi sono molto più bravo di venti anni fa. Ciò è accaduto perché sono un professionista, cioè una persona che ha deciso di svolgere queste attività per viverci. Per ogni presentazione compio un serio lavoro che si può riassumere in queste sette fasi:

1) leggo con attenzione il libro, nel giro di massimo tre giorni, segnando sulle pagine frasi belle o che possono costituire spunti per domande, e annotando a matita mie riflessioni originate dal testo;

2) mi documento sull’autore, leggendo altri suoi libri, approfondendo la sua biografia, scovando suoi articoli e interviste (talora chiedo l’amicizia su Facebook, seguo su Twitter, metto “mi piace” alla pagina pubblica);

3) a questo punto trasferisco a computer tutti gli appunti che ho preso, e ne escono 3-4 pagine di Word fitte fitte. Spesso scelgo le letture e mi coordino con la lettrice o il lettore;

4) riformulo il mio file, che non dovrà superare la pagina e mezza, con l’introduzione dell’autore, le domande, l’indicazione delle letture (se previste), in modo da avere al contempo la scaletta e la traccia, l’ossatura del dialogo;

5) contatto l’autore, via mail o telefonicamente, per presentarmi e chiedere se abbia argomenti preferenziali o domande che desidera evitare. Gli spiego come avrei intenzione di impostare la presentazione;

6) il giorno dell’incontro pubblico mi trovo con l’autore prima dell’ora fissata, per conoscerlo di persona, rompere il ghiaccio, prendere un aperitivo o mangiare assieme: spesso da questi incontri informali traggo spunti che userò durante la presentazione.

7) La presentazione in sé è l’ultimo anello della catena, e nemmeno il più importante.

Come vedete, a ogni presentazione dedico molte ore di lavoro. A cui va aggiunta l’esperienza che ho maturato in decine di presentazioni. A cui si sommano le doti di un buon presentatore: saper sbaraccare la scaletta improvvisando secondo la piega della conversazione, capire quando parlare e quando fermarsi, inserire battute simpatiche e appropriate con ottimo tempismo, alternare i registri divertenti e quelli riflessivi. Insomma, una attività da professionisti se si vogliono ottenere risultati apprezzabili: le cose riescono raramente per allineamento favorevole degli astri, nella maggior parte dei casi funzionano quando si è studiato e ci si è preparati tanto. È questo il motivo per cui chiedo di essere pagato, ed è questa la ragione per la quale sorrido quando gli organizzatori che non mi conoscono mi fanno i complimenti: sono abituati a prestazioni mediocri perché pensano che chiunque possa presentare, come altri sono convinti che chiunque sappia scrivere. Messi in condizione di confrontare due risultati molto diversi, colgono subito la differenza. Siamo così, noi umani: conosciamo soltanto per giustapposizione, apprezziamo il merito se abbiamo sperimentato la cialtroneria; e, ciononostante, spesso ci ostiniamo a scegliere le magliette da un euro fatte in Cina perché sono a miglior prezzo. Per me non è un problema, i miei concorrenti non sono i cinesi.