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Vigilia
di Natale

 

Cara C.,
sono fermo sul bordo della strada, nella rientranza di un campo incolto. La pioggia è insistente e il tergicristallo si agita con un leggero cigolio. Alla mia sinistra quella casetta c’è ancora. Avrà vent’anni, ormai. Quando passavamo di qui assieme, ci piaceva pensare che l’avessero progettata degli elfi o qualche bizzarra creatura con un senso tutto suo delle proporzioni. Per le misure ridotte e le tinte sgargianti dei muri e dei coppi sembrava una di quelle dimore di marzapane che trovavamo nei mercatini di Bressanone a Natale. Eppure nessuno rallentava per osservarla, su questa strada Feltrina a velocissimo scorrimento.

Non è cambiato molto da allora, tranne la selva di antenne che si contendono le falde spioventi del tetto. Accanto sfrecciano camion grossissimi che faticano a rispettare la mezzeria. La mia auto si scuote al vento sollevato dal loro passaggio. Spengo il tergicristallo e le gocce cominciano a scivolare in ordine sparso sui vetri, rendendo tremolante la vista del panorama. È la giusta misura di distacco che serve; una visione gelatinosa del mondo, seppiata come le foto di Instagram.
I social network: già, allora non esistevano. Ci tenevamo in contatto attraverso i telefoni della Sip, tozzi e di un grigio triste. Il tuo stava su un tavolinetto in cucina e dovevi abbassare la voce per dire cose dolci che tua madre non potesse sentire; il mio svettava nel mezzo di un centrino sferruzzato a mano sulla cassapanca lungo la parete del corridoio, vicino all’ingresso. Erano conversazioni in cui avevamo sviluppato un linguaggio nostro, a volte criptico, per una sorta di pudore che ci accomunava. L’importante era che ci capissimo noi, ogni altra incomprensione ci pareva irrilevante.

Come ci siamo conosciuti, probabilmente lo ricordi bene. Ciò che non sai, spero non ti dispiaccia scoprirlo dopo così tanto tempo. Ci aveva presentato un’amica, o meglio ci aveva incuriosito reciprocamente. Parlava a te di me e di te a me. Trovava insospettabili affinità, perfino nel modo in cui impugnavamo la forchetta. Aveva stabilito che fossimo fatti l’uno per l’altra. Un giorno decisi di scriverti: ti comunicai che non ne potevo più di questo gioco per farci piacere a distanza, che non ero interessato a trovare una morosa e tantomeno a selezionarne una che mi somigliasse. Il tono era ironico ma anche un po’ saccente, tipico dell’età. Chiesi alla comune amica di consegnare la busta, non volevo neppure conoscere il tuo indirizzo. La risposta non si fece attendere: eri senza dubbio un tipetto. Mi informavi che per te valeva la stessa insofferenza verso ogni decisione forzata e che ero proprio maleducato a scrivere una lettera con la macchina anziché a mano. A diciott’anni non si sogna ancora una vita facile e ogni ostacolo, ogni resistenza sono sfide troppo invitanti; divenne per me urgente impormi alla tua attenzione, piacerti.
Per quello scelsi di raccontarti una bugia, marginale ma determinante.
Ti raccontai del tuo capello biondocenere rimasto impigliato fra le pagine del taccuino che portavo sempre con me. Ti dissi che aprendolo per dedicarti una poesia mi ero lasciato ispirare da quella traccia esile di te e che le parole gemmavano come foglie rigogliose lungo il suo fusto. Fu questa delicatezza, mi confessasti mesi dopo, a smuoverti, a rivelarti che non ero il solito idiota con l’approccio facile, e che meritavo una possibilità.

Mi sembra ne sia valsa la pena, che dici? Cominciarono subito dopo le gite a Caorle per fotografare la spuma del mare a febbraio, le lunghe chiacchierate nella pasticceria chiamata “I sguelti” in omaggio alla lentezza esasperante dei camerieri, i pomeriggi d’estate a scaldarci le ossa distesi lungo il Brenta, gli esami preparati assieme e le intrusioni a sorpresa dentro cortili di Padova svelati da un portone accostato, nelle vie della città vecchia. La prima vacanza assieme sulla punta dell’Istria, ospitati da un’affittacamere così premurosa che di questo modello non ne fanno più. Ricordo che, non contemplando l’esistenza dell’aria condizionata in macchina, ci invitava a fermarci di tanto in tanto sotto la chioma di una pianta per rinfrescarci.
Di vivere assieme l’abbiamo deciso dopo aver adocchiato proprio questa casetta. Allora non pioveva: anzi era una giornata fantastica di aprile, l’aria frizzantina temperata dal sole attaccato a un cielo color indaco. «Qui mi piace» dicesti e fu naturale dedurre che includevi me nel desiderio di trasferirti lì. La casetta dei puffi era in costruzione, quasi finita, ma il padrone non la affittava. Del resto, non avremmo potuto permettercela, freschi laureati con le speranze intatte dentro tasche vuote. Cercare casa fu la cosa noiosa più bella che abbia condiviso con qualcuno; trovammo alla fine la nostra collocazione, una piccola mansarda in cui tutto ciò che mancava non ci era necessario. La abitammo per tre anni.

Cosa ci è accaduto dopo? Per confondere le lacrime abbasso il finestrino così che la pioggia rimbalzando sulla lamiera mi bagni la faccia. Controllo lo specchietto retrovisore e in una tregua del traffico apro la portiera. Prelevo l’oggetto posato sul sedile di destra, lo soppeso: sono lievi le sofferenze, almeno quanto il sollievo di averle scampate.
Mentre dallo stereo della macchina escono ovattate le note di Come away with me di Norah Jones, la canzone del nostro addio, attraverso la strada schivando i camion pieni di ghiaia. Dal ciglio opposto parte il prato in lieve pendenza, lo taglio in diagonale per raggiungere il boschetto più su, che vigila sulla casetta di marzapane.
Anche se tutto quello che si conclude oggi è nato da una mia bugia, ti giuro che non me ne pentirò. Lo so, lo so cosa faresti adesso… le promesse perentorie ti strappavano un disarmante sorriso. Sorrido pure io. Svito il vaso, me l’ha consegnato il notaio dicendo che era la tua ultima volontà.
La scena non è come l’avevo pensata: la pioggia impedisce di sfarfallare ai tuoi frammenti, comprese le chiome con cui mi coprivi la faccia per trasformarmi nel cugino Itt e quel capello ribelle che non è mai finito nel mio quadernetto. Ma forse è meglio così, ti unisci subito alla terra, l’elemento che più ti rappresenta. Calda, solida, accogliente.

Torno indietro con passo calmo mentre le macchine mi strombazzano. “Volevi vivere qui” penso, “me l’hai detto quel giorno di aprile”. Alla fine ce l’hai fatta. Tocca a me ora trovare il mio posto senza di te.
Domani, di nuovo, è Natale.