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13 luglio

 

 

Sto attendendo la telefonata di mia madre. Chiama ogni anno, puntuale ancor più che il giorno del mio compleanno. Il 13 luglio è l’anniversario della mia laurea e chissà perché per lei è una data così importante. La spiegazione più semplice è che una volta laureato iniziava una nuova vita per me e anche per i miei. Certo, lavoravo da sei anni e mantenevo me contribuendo al bilancio familiare, ma fare il giornalista non è propriamente un lavoro. Un lavoro è quella cosa in cui qualcuno ti assume, ti versa dei soldi in un giorno fisso del mese e ti dà una tessera di plastica rigida che tu possa passare sotto una macchinetta quattro volte al giorno.

Chiudere l’università era lo spartiacque più importante che avessi incontrato. Tanto studio, esami da passare come si rimane illesi dopo la roulette russa, angherie e baronati, e soprattutto la sottile arte del conciliare, di amalgamare i tempi. Le mie giornate iniziavano in redazione a metà mattina, a ricevere indicazioni dal caposervizio, fare qualche telefonata e uscire a cercare notizie. Questo mi piaceva, del giornalismo, andare fuori, parlare con le persone, girare per il municipio a spulciare delibere e atti vari, camminare alzando gli occhi dal selciato per scoprire spunti nuovi e interessanti. Dopo pranzo mi mettevo a scrivere, tempestando i tasti della mia antica macchina Olivetti: tre, quattro, cinque articoli in doppia copia con carta carbone per conservarne traccia. Scrivevo veloce a costo di sbagliare perché ci mettevo meno a passare il trasferibile di cancellino bianco che a digitare piano per evitare errori di battitura. A metà pomeriggio tornavo in bici in redazione portando i miei pezzi, rincasavo e in “sala” – la stanza più fredda della casa, inutilizzata in assenza di ospiti di riguardo – aprivo il Trabucchi, il De Cupis, il Burdese o il libro che era. In ragione di questa organizzazione della giornata, frequentai i corsi universitari solo il primo anno e neanche tutto, per il resto andavo a Padova a vedere le sessioni degli esami che avrei dovuto affrontare a breve e a sostenerli a mia volta. Ricordo che ero sempre di corsa, dal Bo alla stazione e viceversa, per prendere i treni al pelo. D’inverno e d’estate, con le mie camicie floreali a mezze maniche che sarebbero finite sul papiro di laurea. Quando superavo l’esame, mi concedevo un giro al Ventitré a prendere cd e ellepì che costavano poco perché avevano un angolo della copertina bucato – o forse lo bucavano apposta perché il disco non potesse essere rivenduto a prezzo pieno. Trovavi di tutto, da Belinda Carlisle a Doctor and the medics, più i bootleg degli U2 che contenevano solitamente fruscii ovattati e anziché di Bono, la voce, da quanto indistinguibile, sarebbe potuta essere quella di Baglioni. Padova l’ho vissuta così, in superficie, triangolando le mie tre mete, sempre quelle.

Finita la discussione della tesi mi misero in mutande e mi fecero passare sotto un tunnel di braccia per prendermi a calci. Mi fecero strisciare sotto la famosa catenella del Bo, quella che se la saltavi prima di finire gli esami non ti saresti laureato più – e infatti io la saltai dal primo giorno in avanti per rivendicare il mio ateismo in fatto di cabala. Quel 13 di luglio mi issarono sul cornicione di una delle alte finestra esterne a declamare il papiro. C’erano un po’ di amici, un paio di parenti e soprattutto i miei colleghi: da poco laureati o laureandi di lì a poco. Anche la mia fidanzata di allora, C., scesa apposta dal rifugio irraggiungibile dove passava le estati a lavorare e per amore della quale avevo coperto a piedi la distanza fra Pinzolo e il rifugio Dodici Apostoli affrontando persino un tratto di cordata. Terminati i riti, cominciò la processione. I compagni di festa mi spinsero, in mutande, a chiedere un posto di lavoro nei negozi più fighetti del centro: fortuna che due giorni prima avevo comperato il primo paio di boxer della mia vita, perdipiù firmati, ai Magazzini Berton di Bolzano Vicentino, assieme alla mia prima cravatta non da mercato. Infine, bagno nella fontana di piazza delle Erbe, fra schitti flottanti sull’acqua e opacità lattiginose su cui preferii non indagare. La festa si chiuse in un bar poco lontano, attorno a una tavolata marcata da scodelle e vassoi con stuzzichini, e la distribuzione di confetti rossi che anche ai non superstiziosi portano bene. I miei coetanei maschi mi presero a braccia sollevandomi di forza a mo’ di missile per spararmi verso un futuro che mi era incognito.

Il primo giorno del mio futuro cominciò dalla mia valigetta portadocumenti che Livia aveva ribattezzato ventitré ore e mezzo dato che la sua fattura meschina e i materiali poveri di cui era costituita la collocavano un gradino sotto la ventiquattrore. Era una mattinata calda con il cielo immacolato. Poggiai sul divano la valigetta nera, la aprii, recuperai la tesi, i documenti, gli appunti. Accatastai in salotto tutti i libri dell’università. Ci sono pochi gesti definitivi come riempire scatoloni destinati alla soffitta. Per quanto pensi di disporli ordinatamente in funzione di future ricerche, sai che la prossima volta in cui lo scotch verrà tagliato sarà in occasione di un trasloco – compreso quello ultimo, dopo il tuo funerale.

La caratteristica di momenti marcati da date e passaggi obbligati è la consapevolezza che qualcosa sta ineluttabilmente per accadere; la norma, invece, è trovarsi a fronteggiare impreparati eventi inattesi. Avevo studiato legge perché il mio idolo al ginnasio era Kafka – darsi sempre dei riferimenti alti! – e ora non sapevo dove aggrapparmi. Ero quasi un veterano del giornalismo eppure sentivo di dover fare nuove esperienze, di ampliare le mie conoscenze sull’editoria, la scrittura, la comunicazione. Decisi che avrei tenuto le orecchie ritte e intanto mi sentivo svuotato di obiettivi nell’immediato. Capivo che andavano prese delle decisioni che avrebbero potuto rivelarsi capitali, e non ero nello stato d’animo nemmeno di scegliere il gusto delle palline di gelato.

Nel dubbio scesi in garage, presi la mia fida bicicletta. Uscii nelle strade di San Vito, senza meta, simulando senza accorgermene il girovagare che mi attendeva nella vita da adulto. Pedalavo lento, offrendo il viso al sole. Inspiravo il profumo delle piante, traboccanti da quasi ogni giardino. Imboccavo vie poco frequentate studiandone la fisionomia, la successione delle case, l’alternanza delle auto parcheggiate davanti ai cancelli. Seguivo con gli occhi gli scatti di qualche gatto che s’infilava tra i paletti delle ringhiere. Improvvisamente mi sentivo pacificato. Rallentai ancora di più la pedalata, mi sembrava di essere felice. I pensieri sul mio futuro si ridimensionarono come stelle scrutate da un altro pianeta. Il mio futuro cominciava lì, in quell’istante di beatitudine. Avrei affrontato ogni cosa a venire con lo stesso spirito di rilassata attenzione, dove divagare è solo il modo più breve per giungere a un approdo.

Scusate, mi suona il telefonino. “Casa”. È mia madre che mi fa gli auguri. Trovo finalmente il coraggio di chiederle perché per il ventesimo anno si sia ricordata alle otto di mattina di questa ricorrenza. Lei esita un attimo e dice «Non so, non so perché mi è rimasta in mente questa data». E allora penso che tutta la costruzione di cui sopra non c’entra niente, nessun valore simbolico. Il 13 luglio è un giorno come un altro e fissarlo nella memoria uno sfizio che non va spiegato. Oggi come nel 1996.