tempo

Un noto gruppo rock recriminava contro «questa razza umana che adora gli orologi e non conosce il tempo». E aveva ragione.

Con l’orologio misuriamo un’entità temporale che noi fissiamo e rispetto a cui ci sentiamo inadeguati. Sempre in ritardo, ma nei confronti di scadenze, frequenze, appuntamenti che noi stessi stabiliamo. O che permettiamo agli altri di darci, subordinando la nostra volontà, la nostra reale essenza. Annoiati invece, a volte, perché “il tempo scorre lento”, come dovessimo assecondare noi il suo ipotetico ritmo.

Il tempo, di per sé, è un fattore neutro, non è dotato di oggettività propria. Il suo scorrere non determina nulla: gli alberi fioriscono a primavera perché questa è la loro natura, non perché il tempo passa. I dolori sono leniti nel tempo, ma non grazie al tempo: ogni ferita cicatrizza perché si mettono in azione i meccanismi difensivi dell’organismo, non perché oggi è lunedì e domani martedì.

Il tempo, spesso, avanza inutilmente. La vecchiaia non dà saggezza se non c’è esperienza: ci sono anziani insulsi quanto un adolescente involuto. Il passare del tempo, di per sé, non nobilita niente e nessuno. È la memoria, sono le amnesie, a far ritenere che il giro dei mesi e degli anni abbia qualche intrinseco significato.

Il tempo è una questione psicologica e pertanto varia da individuo a individuo. Esistono meccanismi biologici comuni che accompagnano le fasi della vita, ma non esistono tappe obbligate, percorsi unici, tempi univoci. Non dev’essere la società che stabilisce fin quando andare a scuola, quando accoppiarsi, da quando fare figli, quando andarsene di casa. È il tempo che noi ci diamo. Sostituiamo le convinzioni alle convenzioni.

Il tempo è umano perché è l’uomo a riconnettere delle conseguenze al suo scorrere. Il tempo fa acquisire o perdere valore alle cose? Il tempo di per sé non fa nulla, (grazie all’uomo) nella moda consuma e deprezza, nell’arte valorizza.

Il tempo è un meccanismo di relazione: ho tempo? Non ho tempo? Dipende da cosa mi viene richiesto. Potrei non avere un secondo libero o tutto il tempo del mondo. Potrei non voler perdere un attimo con te, o in un attimo decidere di passarci l’intera vita assieme.

«Non ho tempo» è la risposta che spesso offriamo, per scaricare scocciatori, certo, ma anche per creare alibi, per non assumerci responsabilità, semplicemente per non aver il coraggio di dire “non mi interessa”. Perché poi, se ci fate caso, per ciò che non possiamo evitare, il tempo c’è sempre. Attenti, però, non confondiamo le cose importanti con quelle urgenti: non facciamoci incalzare dalla quotidianità asfissiante di micro tappe obbligate. Impariamo a stabilire priorità, gerarchie di valore. Il tempo è criterio di ripartizione della vita secondo priorità. Una cosa acquista valore ai miei occhi non in quanto proclamo di attribuirgliene, ma se non la subordino ad altre nella hit parade della distribuzione del mio tempo.

A differenza dei sentimenti, il tempo umano è un quantum finito, misurabile. Immaginandolo come una botte di liquido, potremmo riempirci tre damigiane, o cinquanta bottiglie, o trecento bicchieri. Sta a noi versarlo nei giusti contenitori, sapendo che finirà sia quando lo avremo investito in poche, grandi destinazioni, sia quando lo avremo disperso a pioggia, lungo una miriade di rivoli.

Spremiamolo, questo tempo. Scopriamo l’arte dell’accelerazione, l’intraducibile termine veneto “spessegare” che non significa correre a testa bassa, ma correre con la testa. E però, ugualmente, impariamo a perdere tempo. Non a sprecarlo: in questo dobbiamo essere ecologisti al massimo.

Dobbiamo cominciare a vivere senza sensi di colpa il tempo non economicamente produttivo, non commisurabile alla stregua di stipendi e fatture. Svincoliamoci dalla prigionia dell’iva. Dobbiamo gustare il tempo che ci dedichiamo, non come concessione a un lusso superfluo, bensì come elemento fondante del ben-essere. Nostro e altrui. Il tempo che ci regaliamo è condizione della socialità sana che gli altri giustamente pretendono da noi.

Grazie del vostro tempo.

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