sincerità

La felicità deve affrancarsi da due rischi: la frustrazione per ciò che non si avvera; la continua fuga in avanti che ci proietta sempre al di fuori, più in là di quello che stiamo vivendo. Nella realtà, felice è colui che riesce a godere di ciò che ha. E la prima condizione per apprezzare l’esistente è riconoscerlo, prenderne atto, smettere di trasfigurarlo.

Le persone si raccontano balle dalla mattina alla sera. Si guardano in uno specchio che hanno reso opaco affinché non riproduca le loro fattezze. Ci hanno attaccato sopra il poster della loro gita di prima liceo e pensano in questo modo di aver fermato il tempo e rateizzato le consapevolezze.

È indubbio che l’ignoranza si accompagna alla felicità: chi non sa, non è tenuto a fare i conti coi propri limiti. Chi è consapevole può invece accettarne le conseguenze, oppure rifugiarsi nel suo mondo romito, in un paradiso artefatto.

Ci raccontiamo che abbiamo una vita perfetta per fare invidia agli altri o evitare di affrontarne le imperfezioni; aduliamo di finto apprezzamento chi ci sta intorno, bloccati dalla pigrizia di sbarazzarcene; aderiamo, come ci piacesse, all’andazzo generale per timore di essere considerati diversi. Molti si raccontano fandonie o trovano le scuse di riserva per nascondere i propri fallimenti.

Perfino nell’amicizia cerchiamo la funzione consolatoria: l’amico deve sempre dirti che sei bravo, che hai agito correttamente, che va tutto bene e che il cadavere del nemico sta per arrivare, trasportato dal fiume. Ma il grado di amicizia va testato sul coraggio di essere impopolari. Anzi: uno tanto più è amico quanto più osa mettere a repentaglio il rapporto stesso pur di non rendersi testimone, complice e latore di falsità.

Purtroppo, siamo talmente sedotti dall’adulazione, così grondanti di amor proprio, che finiamo per vedere ciò che nella nostra testa vogliamo vedere, a dispetto dell’evidenza dei fatti, incoraggiati dall’omertà di chi ci sta attorno e non osa contraddirci.

Alimentare i deliri, le velleità, le mistificazioni non giova perché quando finalmente qualcuno riuscirà a strappare il velo – un fanciullino più loquace di altri –, il tonfo sarà ancora peggiore.

I motivi per cui si ricrea a proprio piacimento un mondo parallelo sono di vario tipo e senza dubbio legittimi. Meno interessante è essere chiamati a reggere il velo dell’ipocrisia per tema di dispiacere.

Spesso glissare sui difetti o le cadute di stile altrui è il metodo per pararsi dal reciproco: fingo di non accorgermi di qualcosa in modo che tu faccia lo stesso con me. Ometto per essere oggetto di omissione, alla fine per autoindulgenza.

A volte è la paura di ferire che magari non risparmia dalle accuse velenose – però le fa recitare sottovoce alle spalle.

Può essere il timore di perdere una persona: i permalosi sono molti, e coincidono col numero di coloro che, offesi, reagiscono tagliando i ponti anziché mettersi in discussione.

Il settore nel quale l’autoinganno si esplica in tutte le sue derivazioni è senza dubbio quello amoroso. Si presentano agli altri verità distorte per essere accettati, per riscattare la propria frustrazione, per impressionare, per difendersi, per porre barriere. Ci si raccontano storie fantastiche per salvare un rapporto, proiettando nel futuro felice la nemesi di un noioso presente. Si mente a se stessi per resistere nel dolore passionale o per lasciarsi alle spalle una storia sofferta. Si finge tra partner e anche verso l’esterno: per mascherare la vergogna, per simulare una gioia coniugale ben lungi dall’essere, per accreditare l’idea di una vita da sogno.

L’abitudine a ritenere, contro ogni evidenza, che viviamo in un mondo perfetto e che il finale sarà sempre lieto, come quasi in tutti i film e romanzi, è pericolosa. A qualche politico potrebbe venire la bizzarra tentazione di persuaderci che tutto va per il meglio e ogni cambio equivarrebbe a sicuro peggioramento.

Un effetto collaterale della sincerità è che siamo talmente disavvezzi a sentire cose sgradevoli su di noi (sugli altri sì: è gossip) da pensare che l’altro stia scherzando. Il limite e la protezione delle persone troppo sincere è che nessuno gli crederà mai: non a caso i più spietati censori del malcostume sono divenuti i comici.

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