siamo i(r)responsabili

“Non è colpa mia!”, “Non posso farci niente”. Fin da piccoli ci abituiamo a deresponsabilizzarci: se l'amichetto di giochi si ferisce cadendo a terra non dipende da noi, “Poteva stare più attento”. Tutto ciò che non ci tange direttamente o che non provochiamo in maniera esplicita diventa estraneo e un po' sospetto. Caino fa lo sbruffone con Dio: “Sono forse il custode di mio fratello?”. Se è in giro e non lo trovi, non è questione che mi riguardi.

Già il diritto ci insegna che come scusante non basta non aver agito: posso essere ritenuto responsabile quando pecco di omissione o quando non ho fatto il possibile per evitare un evento.

Nella vita siamo responsabili di tutte le scelte altrui di cui non abbiamo voluto conoscere i presupposti e sviscerare le alternative. Siamo continuamente chiamati a rispondere di riflesso. E subire non ci rende meno responsabili, perché è il modo più vile e pigro di delegare. Purtroppo, impariamo quasi prima le tecniche dello scaricabarile rispetto agli impegni che siamo tenuti a onorare.

A volte la delega la firmiamo a entità superiori, San Gennaro o la Madonna. Ma chi non crede non ha l'alibi dell'abbandono fideistico: la vita è una ed è nostra, non ci saranno altri deus ex machina se non quelli che caleremo noi sulla scena. Nemmeno chi crede alla predestinazione, del resto, è autorizzato a lasciarsi vivere, perché avere un cammino già segnato non esclude che siamo noi a doverlo percorrere.

Ci sono fenomeni che non dipendono da cause umane, d'accordo. Però un terremoto o l'eruzione di un vulcano provocano danni dei cui effetti dobbiamo sentirci ugualmente compartecipi, per il solo fatto di condividere con le vittime la comune appartenenza all'umanità.

Ma a prescindere dalle calamità, spesso siamo tenuti a rispondere anche quando il male viene compiuto da altri soggetti, ben identificabili. Se c'è un ferito in un incidente stradale non causato da noi, dobbiamo fermarci a prestare soccorso, o saremo punibili penalmente. Se aiuto qualcuno a suicidarsi, ne rispondo nonostante la volontà di morte non sia mia.

Attenzione: la responsabilità non è una sorta di passe-partout per salvare il mondo, non ci riveste del mantello da supereroe.

Responsabilità è fare bene il proprio lavoro anche se i colleghi tirano indietro, anche se il capo non ti vede, anche se ambisci a uno stipendio migliore.

Responsabilità è separare i rifiuti anche se il vicino non ti spia e non fa il delatore.

Responsabilità è fermarsi sulle strisce pedonali quando sta per attraversarle un extracomunitario o l'automobilista dietro ti suona perché vorrebbe sgommare avanti.

Responsabilità è dire quello che pensi davvero e non quello che l'interlocutore si aspetta.

Responsabilità è dare un'informazione anche se non sei tenuto per obblighi contrattuali.

Responsabilità è non promettere più di quello che sei in grado di mantenere.

La responsabilità è il presupposto della meritocrazia: prima di rivendicare qualcosa devo dimostrare sul campo quanto valgo.

La responsabilità è la condizione primaria, assieme alla reciprocità, per il funzionamento delle reti di fiducia. Se io sono affidabile, la fiducia si espande lungo la catena transitiva delle persone per le quali garantisco. La propensione ad assumere responsabilità è catalizzatrice dell'affidabilità che gli altri percepiscono in noi e direttamente proporzionale all'autorevolezza che sono disposti a riconoscerci.

Vivere responsabilmente. Il fatto stesso di essere al mondo ci investe di una serie di rapporti che ci rendono responsabili verso gli altri, a prescindere da legami soggettivi con loro. Siamo un tutt'uno e, se trasgrediamo il benessere del nostro prossimo o del pianeta, non possiamo gioirne perché ci siamo appena dati una zappata sull'alluce. Ci salviamo tutti assieme o, tutti assieme, siamo perduti. Chi danneggia la zattera oggi sarà il naufrago di domani.

Da molti anni la Chiesa parla di ruolo sociale delle imprese, oggi sempre più si predica – e non solo ai fini delle varie certificazioni di qualità – la responsabilità sociale e ambientale delle aziende. Si moltiplicano i convegni sul tema dello sviluppo sostenibile. È chiaro: non si può agire responsabilmente solo per ricavarne un tornaconto diretto, poiché il beneficio potrebbe essere mediato, differito, o collettivo anziché individuale.

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