Dice un amico che nella vita non occorre essere professionisti: tante volte basterebbe comportarsi in maniera professionale.
Il problema è che pochissimi ne sono consapevoli e si regolano di conseguenza. Col risultato che anche chi è ligio, rispettoso, corretto, si trova non solo penalizzato nei propri sforzi ma costretto a sopperire alle lacune altrui. La cosa drammatica è che, in un mondo di relazioni circumnavigabile a vista e totalmente interconnesso, nessuno si può più permettere di sbagliare perché chi commette un errore da sé ne scarica gli effetti su qualcun altro, di frequente su molti altri.
E invece l'approssimazione, le sviste reiterate, i ritardi, le distrazioni che rivelano disinteresse, la faciloneria, la specializzazione ottusa, la mancanza di fantasia e di duttilità si propagano indiscriminatamente per ricaduta come un perverso effetto domino. Tanto che il tempo necessario per mettere i puntelli cautelativi prevale ormai su quello dedicato a costruire.
Il cruccio che mi trovo a vivere quotidianamente sta nel fatto che la maggior parte delle mie energie mentali – e conseguentemente emotive, per sopravvenuta indignazione – viene scialata a correggere errori altrui, anche quando non è questa la mansione per cui sono ingaggiato, e a prevenire le fesserie che sicuramente qualcuno, lungo la filiera di operazioni a catena, finirà per inanellare.
Talvolta la stupidità e la superficialità arrivano a livelli tali che nemmeno la più pessimistica previsione riesce a neutralizzarle con anticipo, lasciandoti spiazzato, inerme, con la falla da riparare. Già: perché quando ti assumi la responsabilità di un risultato, sarebbe troppo comodo addurre a giustificazione le carenze altrui che l'hanno impedito. Se il cliente mi commissiona una pubblicazione entro un certo termine, non gli interessa niente che io abbia avuto mal di testa, né tantomeno che la posta elettronica del collaboratore sia stata fuori uso, che il fotografo abbia sbagliato la scansione dell'immagine, che la tipografia si sia dimenticata di mandare la bozza per correzione. A lui – giustamente – importa solo che gli consegni il prodotto chiavi in mano alle condizioni pattuite. Sono io il suo contatto, io il garante che le cose andranno fatte bene. Non esistono, dove la professionalità è carente, distinzioni fra lievi e gravi manchevolezze. Chi non è preciso nelle piccole cose, non può essere affidabile nelle grandi; a cambiare è solo la gravità delle conseguenze. Del resto, prendere sotto gamba un compito affidato, dosando l'impegno a seconda delle sue dimensioni, conferma solamente la scarsa serietà di chi se l'è assunto.
La professionalità è richiesta ovunque esiste una prestazione, anche se priva di compenso. Il volontariato non è lavoro (tecnicamente: manca la retribuzione, che è la dote distintiva rispetto all'hobby, per il cui esercizio anzi spesso bisogna pagare), ma non per questo esime dall'essere professionali.
Spesso si cade nel fraintendimento di identificare la professionalità col lavoro, senza considerare che rappresenta invece una qualità dell'uomo sociale in ogni sua manifestazione. È un insieme di doti che saldano la correttezza alla buona fede, l'onestà al rispetto del “pacta sunt servanda” (gli impegni vanno onorati), la lealtà alla precisione.
Se gioco a calcetto, devo arrivare per tempo, altrimenti per un quarto d'ora del mio ritardo gli altri sette perdono complessivamente 105 minuti. Poi, per giocare occorre che almeno uno porti il pallone, che un altro abbia prenotato il campo. Inizia la partita e bisogna stare a turno in porta – chissà perché nessuno vuol mai fare il portiere –, passare la palla ai propri compagni, ostacolare l'azione avversaria, fermarsi quando viene commesso fallo. Se non c'è rispetto di regole (del gioco, appunto), nemmeno il divertimento può esserci.
Chi non è professionale, oltre a non potersi qualificare professionista, confluisce automaticamente nel serbatoio a perdere dei dilettanti della vita.