non so più che dire (e perciò non lo dirò)

Oggi si è licenziato il mio copywriter. Sono rimasto senza parole.

Ha detto che si è stufato di vivere in un mondo parallelo e autoreferenziale. Che non gli bastano più i miei racconti di vita che lui trasforma in “testi” e “contenuti”. Vuole rischiare in proprio, anche di essere inadeguato.

Gli ho spiegato che il mondo delle parole è quello più bello, l'unico in cui puoi produrre dei terremoti lavorando solo nella tua testa: una forma strana di magia, insomma. E che lo ammiro perché a volte, invece, mi sento così incapace di cambiare le cose reali da non poter nemmeno esserne ritenuto correo.

Ho il sospetto che, sotto le sue recriminazioni, covi l'insoddisfazione. È un po' di tempo, ormai, che gli affido compiti umili: alcune frasi sui bigliettini dell'autobus, parole secche col contascatti sui telefonini in un tot predefinito di caratteri, appunti disordinati su fogli sparsi e sul nastro del registratore – che poi la mia voce neanche mi piace.

Lui ha insistito, dicendo che sono proprio le parole ad essergli venute a noia, la loro inutilità soprattutto quando diventano leziose. A nulla è valso ribattergli che chi possiede le parole, possiede le cose: le cose non esistono finché non hai come chiamarle (nomi veri, abbreviati, pseudonimi, sigle, nick name). Il Grande Fratello orwelliano è partito triturando i vocabolari e censurando i giornali perché alla fine, se scompaiono dalla mente e dalla bocca le parole “libertà” e “felicità”, non esiste nessuno che possa pensare di raggiungerle. Di lottare per averle. Lo stesso

Meneghello ci insegna che quando muore una lingua, muore un mondo, non solo la forma usuale per descriverlo.

Lui non ha voluto saperne. Ha detto che tutte le coppie si lasciano, da Battisti&Mogol, a Gianni&Pinotto, per finire con Ike&Tina Turner. Io sono restato afono. L'unica verità che non sono riuscito a dirgli – bella forza, non c'è più a lui a dettarmene le parole – è che lo invidio perché nel suo mondo di vita non ha bisogno di verbi, mentre per me, da surrogato, le parole erano diventate essenza, vita vera.

Devo ricominciare a vivere. E la cosa mi spaventa.

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