Quando ero giovane, mi sembrava naturale scagliarmi contro tutto ciò che ai miei occhi appariva come ingiustizia. Poi ho imparato che a niente serve l'opposizione frontale. La buona volontà del singolo è sempre destinata a soccombere rispetto alle superiori dinamiche in campo. Una volta manifestato, poi, il dissenso ti emargina – in quanto sgradito – da qualsiasi posizione significativa; e al senso di ribellione si somma la frustrazione di essere inerme.

Sono quindi approdato alla seconda fase di evoluzione: entrare nel sistema. È molto più facile governare le cose dal di dentro e, anche ammesso di non avere forza per modificare le situazioni, si riesce almeno a non esserne vittima. Vivere in una comunità, pur se per mimetizzare meglio la propria presunta differenza, costringe però ad accettare dei compromessi e, soprattutto, a subire persone sgradite. Non puoi evitarlo: sei solo un ingranaggio del sistema, una rotellina di quella mola che polverizza il blocco di granito.

Ed eccoci al terzo passo: scegliere le persone con cui stare e costruire a partire da loro – grazie a loro – la rete dei rapporti. Il network è una spirale che si svolge passo passo consolidando l'espansione mediante il corrimano del sostegno reciproco.

La rivoluzione copernicana è data dal fatto che, secondo questa prospettiva, non si rinuncia a cambiare ciò che si reputa sbagliato ma lo si fa stringendo alleanze anziché architettando guerre sante. Muta la strategia: non più lotta contro qualcuno, bensì rete di fiducia assieme a qualcuno. Non distruggere un sistema in nome di un sistema antagonista, ma imporre un'idea erodendo, col suo espandersi, i margini di insoddisfazione di altre idee. La violenza cede il passo alla forza dell'aggregazione, dell'esempio, della qualità, del carisma.

Il rischio di tale impostazione potrebbe configurarsi come riflusso in circoli elitari che si separano dal mondo. Però accade solo qualora una rete pregiudizialmente contraria ad ampliamenti si chiuda a catena e diventi autoreferenziale, negando la sua stessa ragion d'essere.

La rete è un antidoto all'invidia, e ne presuppone l'assenza.

Invidioso è colui che riconosce i meriti altrui, presume la propria inferiorità e si adopera, anziché per elevare se stesso, nel distruggere l'altro. Il non invidioso è invece chi, scoprendo qualcuno di bravo, di migliore di sé, cerca di imitarlo, di trarne spunto per crescere, di assorbirne gli insegnamenti, di collaborare con lui. Ecco perché chi è affetto da invidia non potrà mai costruire network: perché sarà attento a livellare le eccellenze, prodigo nello spargere calunnie e zizzania, poco disposto a mettersi in discussione, incapace di sacrificarsi a beneficio di un obiettivo superiore.

Anche la rete è passibile di invidia, ma le sue maglie permettono di lasciarla scivolare oltre, o di pararne il colpo ricorrendo al tessuto connettivo della solidarietà.

Paradossalmente, la rete può prosperare a prescindere dall'amicizia tra chi la costruisce. Il collante è infatti rappresentato da un legame molto meno umorale rispetto ai sentimenti: la fiducia. E la fiducia deriva dalla professionalità, dal rispetto della parola data, dalla puntualità, dalle abilità tecniche. Lavorare assieme è il miglior test di robustezza della rete e un ottimo allenamento contro la superbia personale.

Oltre che elemento rafforzativo, la fiducia è carburante per la rete: sentirsi parte di un soggetto più ampio conferisce la sicurezza che non si è soli, che gli altri parleranno bene di noi, che ci aiuteranno, e che a nostra volta possiamo renderci utili con loro.

La rete, però, è implacabile: chi viene meno alla fiducia, tradendo gli impegni assunti o le aspettative altrui, viene abbandonato a se stesso. Il rigore selettivo è del resto l'unica garanzia di un corretto funzionamento del network.

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