LINGUACCE
Ci sono parole
«Ci sono parole che dovrebbero servire una sola volta».
(Chateaubriand)
… E altre che non si dovrebbero usare mai.
Abuso di aggettivi: valido (al posto di “adatto”); agile (riferito a capi d’abbigliamento: non ho mai visto un cardigan spiccare leggiadro un balzo).
Accenti: una variabile impazzita del quotidiano conversare. Va bene tutto e il contrario di tutto. Ho sentito òmega anziché omèga (è la lettera greca, non ci sono molti dubbi sulla pronuncia); dèviano anziché devìano; diùresi invece del corretto diurèsi (negli spot televisivi, non ricordo se dell’acqua che fa plin plin o di quella che, a differenza di tutte le altre, scaccia l’acqua); circuìto (=ingannato) per circùito (=percorso di gara); l’improbabile Frìuli sta soppiantando Friùli; i nomi veneti – spesso per spocchia di chi li porta rinnegando le origini – arretrano incomprensibilmente l’accento dall’ultima sillaba: Bènetton, Càttelan e Trèvisan su tutti (da segnalare anche il giocatore di calcio del Chievo che da anni tutti i cronisti chiamano Pellissiè, come fosse francese, anziché Pellissièr).
A livello: “non so se sia utile a livello spazio”. Lingua livellata, come l’encefalogramma piatto di chi si esprime così.
A me: sussiste la falsa opinione, fra i parlanti la lingua italiana, che invertendo l’ordine delle parole cambino le regole della grammatica. Esempio eclatante è l’uso del dativo ”a me” al posto del corretto ”me” accusativo. “Il Natale mi emoziona” non può quindi diventare “A me il Natale emoziona” cassando la transitività del verbo. Sono vezzi più irritanti che simpatici. Anche a Natale.
Ai sensi: orribile espressione giuridica nell’accezione “ai sensi di legge” (molto meglio “secondo la legge, in base alle norme”), è divenuta di uso comune. Non male per un Paese già oppresso dai sensi (di colpa) cattolici. Da evitare anche “secondo le norme vigenti”: se non fossero in vigore, infrangerle non sarebbe reato.
Aldilà: significa “oltretomba”. Ma sempre più vedo la parola – erroneamente – utilizzata come fosse equivalente di “al di là”. Per la serie siamo tutti poeti.
Anche no: le mie vibrisse captano nell’aria questa espressione che, nelle intenzioni dei proponenti, sarebbe più icastica di locuzioni come – a seconda della domanda che la precede – “penso proprio di no”, “non ci tengo particolarmente”, “preferirei astenermi”. Cederò mai ad usarla? Anche no!
Andare a…: “andiamo a vedere, fare, considerare, dimostrare”, ecc. Non possiamo semplicemente dire e fare, senza andarci?
Anglismi: i termini latini vengono assorbiti dalle mire espansionistiche britanniche. Mass mìdia, giunior, perfino la greca nike diventa nàiki, un baffo (alato) su un paio di scarpe.
Apposito: ogni selezione ha una commissione. Non serve precisare che è “apposita”. Si dà per scontato che non giudichi qualcosa d’altro e non sia inappropriata o incompetente.
Assolutamente: da evitare. Assolutamente. Intanto l’avverbio viene usato come risposta, ma di per sé è neutro e non risponde a nulla. «Sei d’accordo?». «Assolutamente!». Sì o no? In secondo luogo è un rafforzativo parodistico. «Sono assolutamente d’accordo»: ma non basta essere d’accordo su una singola affermazione anziché “in assoluto” su tutto?
Assonanze: i maggiori castroni involontari derivano dalla confusione di termini molto simili quanto a suono ma diversissimi per i contesti di pertinenza: branchie-branche, chiosco-chiostro, levitare-lievitare, veniale-venale…
Avere luogo: “lo spettacolo avrà luogo alle 20″; avrà tempo, forse.
Beh: richiama un belato lagnoso. Sebbene ammessa da alcuni vocabolari, questa particella è la contrazione di “be(ne)”; quando accade questo fenomeno, ci insegnavano una volta, nell’Ottocento, le maestre, resta la lacrima per la prematura dipartita. Corretto è quindi scrivere “be’”.
Come: spesso usato fuori luogo nel senso di “in qualità di” o al limite al posto del concessivo “per essere un”. Non male come libro. E come portaombrelli, come siringa, come azalea? Appropriato invece se circoscrive alcune caratteristiche escludendone, esplicitamente o per rimando, delle altre. “Non male come attore, ma a scrivere è un cane”.
Come dire: sta lottando strenuamente – per il primato dell’inutilità urticante – con l’espressione “in qualche modo”, cui pertanto si rinvia.
Competente: che ha competenza, che è in grado di. Aggettivo usato a sproposito e in abbondanza, in espressioni come “Interverranno le autorità competenti”: ovvio, se fossero incompetenti non interverrebbero; anzi, se intervenissero lo farebbero illegittimamente perché al di fuori dei compiti loro assegnati. Non se la passa meglio suo cugino “apposito”: “Verrà deciso dall’apposita commissione”: certo, se parliamo di loculi cimiteriali immagino che non se ne occupi la commissione agricoltura…
D eufonica: viene appiccicata alle congiunzioni “e” e “o” e alla preposizione “a” come fosse l’insetto attratto irresistibilmente dalla carta moschicida. Con risultati francamente risibili e cacofonici: tanti saluti a te ed famiglia, non c’erano sapori od odori. Non è vero che va aggiunta ogni qualvolta a seguire ci sia una parola che inizia per vocale. Si chiama eufonica perché serve solo nei casi in cui la parola a seguire non suoni bene (cioè sia cacofonica) pronunciata assieme alla congiunzione o crei ambiguità (ad eludere è ben diverso da a eludere, efficiente e bravo offende meno di bravo ed efficiente). Vivamente sconsigliata davanti a parola che principia per consonante (es. handicap), anche se la consonante non si pronuncia.
Da cosa nasce cosa: A meno che non sia una cosa sterile…
Dopodiché: dai salotti (cattivi) della televisione rimbalza sulle bocche dei quivis de populo e dei relatori che ai convegni credono in tal modo di darsi un tono. Non stabilisce alcuna gerarchia temporale nei discorsi, pertanto non si giustifica. Sta diventando l’equivalente del “cioè” che imperversava negli anni Settanta.
Dove: «Viviamo in un’epoca dove…». È semplicemente avverbio di luogo e invece dilaga in ogni… dove.
Eccetera: spesso le elencazioni si arrestano a un paio di termini. L’eccetera, abbreviato ecc., serve invece quando si annoierebbe l’uditorio citando la “lista della spesa”. Sconsigliato anche castrare un elenco con l’enigmatico “e quant’altro”.
Emergenza-rifiuti: il massimo della pigrizia lessicale è legato all’accostamento di due sostantivi. Poiché la conversazione non è come fare un telegramma – che paghi un tanto a parola, punteggiatura compresa -, non si vede perché impoverire il linguaggio asciugandolo della sue sfumature. Già usiamo un numero misero di vocaboli… Lo stesso vale, nel parlato, per “il discorso”, “il problema”, “la tematica”. È tutto un fiorire di “il discorso computer”, “la problematica droga” (che a volte non si capisce neppure se “problematico è sostantivo o aggettivo”), “il tema criminalità”…
Entrare dentro: come se fosse possibile “entrare fuori”.
Entro e non oltre: ridondanza fastidiosa; chi rispetta il termine “entro” cui va fatto qualcosa, di sicuro non rischia di andare “oltre”.
Errori grammaticali e sintattici: Parla come mangi: e allora molti si nutrono davvero male. Anche se i vocabolari, lavandosene le mani, danno per buona ogni dizione (lo Zingarelli in questo senso è micidiale) e accolgono acriticamente le degenerazioni della lingua. Vado a braccio, fra le più diffuse: proseguio o proseguo per prosieguo; accellerare per accelerare; intravvedere per intravedere; metereologia invece di meteorologia; aereoplano o areoplano per aeroplano; consigliare (come aggettivo riferito a Consiglio) anziché consiliare; romanzina invece di ramanzina; chiacchere al posto di chiacchiere; pultroppo per purtroppo; vicessitudini invece di vicissitudini; obbiettivo (oggettivo, imparziale) scambiato per obiettivo (scopo); consultivo per consuntivo; aurea per aura; appropriarsi di (regge invece l’accusativo); qual’è; un’ (con l’apostrofo davanti a sostantivo maschile); deus et (invece di ex) machina; afferrato (=preso) scambiato per ferrato (competente, addentro); fax simile al posto di facsimile (soprattutto per i moduli da faxare); redarre invece di redigere; roboante anziché reboante; volonteroso anziché volenteroso; acquerello al posto di acquarello… (segnalo pure gli erronei “campi da calcio” anziché “di calcio” e “alle 3 e mezza” al posto del corretto “e mezzo”).
Esse: c’è la mania di aggiungere una “s” finale al plurale delle parole straniere. Il plurale, nella lingua italiana, si ottiene di solito con la “i” per il maschile e la “e” per il femminile, non seguendo le declinazioni delle lingue straniere. Fa solo ridere “sports”, “partners”, “goals”, …. Suona tanto Padre Buozzi.
Film americani: le espressioni inestirpabili contenute nelle pellicole d’oltreoceano sono odiose quasi quanto gli immancabili inseguimenti: “figliolo” (appellativo rivolto da qualunque persona di mezza età a qualunque persona più giovane), “favorito” anziché preferito (traduzione pedissequa dall’inglese), e via stellestrisciando.
Gestire: siamo tutti ragionieri della vita quando qualsiasi evento, qualsiasi rapporto personale, deve essere gestito. Si gestisce una ditta, al massimo un budget, non un’amicizia, un amore, il personale di un’azienda. Le persone non sono cose, né denari: si conoscono, si frequentano, si trattano, si apprezzano, si odiano. Ma non si gestiscono, perdìo!
In qualche modo: “La crisi dell’azienda dipende in qualche modo dai sindacati”. In qualche modo?!? In quale modo? Spiegami l’incidenza di una causa su un effetto. Inutile perché non aggiunge concetti. Fa il paio con “bene o male” e “come dire”. “Il libro ha espresso una teoria come dire provocatoria”. Ma se la qualifichi, perché la introduci con “come dire”, quasi fossi incerto? Se la si vuol tirare lunga con la concione, si ricorra piuttosto agli avverbi (è uno stratagemma che usano anche alcuni giornalisti miei conoscenti, pagati a metro quadro. Quelli pagati a peso – della loro cultura – sono invece di solito pesantissimi).
Legittimo proprietario: e come, se no? Il proprietario non può essere illegittimo, altrimenti non si potrebbe neanche qualificare “proprietario” e sarebbe un semplice detentore (per la serie: il diritto per tutti).
Maiuscole: fosse per me, abolirei la lettera maiuscola. La maggior parte delle volte si capisce dal contesto se un nome è proprio oppure no (gli unici che vanno con la prima lettera alta). Soprattutto i grafici pubblicitari hanno inspiegabilmente la mania di scrivere maiuscoli i mesi dell’anno – e senza accento finale. La maiuscola è un inutile segno di deferenza, il retaggio di un rispetto da popolani-servi.
Mirino: la vita sembra una continua guerriglia civile in cui i rapporti umani si seguono attraverso l’estremità di un fucile puntato. “Nel mirino delle forze dell’ordine”, “Nel mirino della Corte dei Conti”, “Nel mirino dell’Istat”… Tutti tiratori scelti, sulla pelle dell’uomo qualunque.
Noto: aggettivo che si dovrebbe centellinare. Se uno è davvero famoso, non occorre presentarlo; basta la parola, come per il (noto) confetto lassativo. Se uno è un perfetto carneade, ci si rende ridicoli a definirlo “noto”. «Alle ore 15 presso la biblioteca di Cattapanni il noto pittore Ersilio Canasta espone i suoi ultimi capolavori. Presente l’autore».
Numeri romani: non si capisce perché i numeri romani vengano sempre certificati nel genere con la “o”, la “a”, la “e”, e la “i” apicali: I° premio (anziché 1°), Vª (quinta andava bene lo stesso). Anche i papi ne soccombono: Pio X°: dicono che sia perché qualcuno, nell’indicare la via omonima, pronunciava “Pio ics”.
Obiettivi: dilagano gli obiettivi “prefissati”. Tautologia fastidiosa. Un obiettivo è per definizione fissato prima, altrimenti diventa un bilancio a consuntivo (Al massimo si può aggiungere “fissati” in relaziona a una temporalità: “Gli obiettivi di classifica sono diversi da quelli fissati a novembre”). Fissare gli obiettivi a posteriori è una prassi di chi fallisce e pretende di far tornare i conti truccando le carte col senno di poi.
Occhio del ciclone: i giornalisti utilizzano questa immagine per definire la collocazione del protagonista di qualche scandalo. “Nell’ambito dell’inchiesta Piedi puliti il noto calciatore è finito nell’occhio del ciclone”. In realtà, anche per i digiuni di Quark, Voyager e Misteri, l’occhio del ciclone è esattamente il posto più tranquillo di una tempesta, anche se tutto intorno si è scatenato il finimondo.
Oggi come oggi: e “ieri come ieri”, “domani come domani”. Apoteosi assurda della tautologia.
Ora come ora: vedi “Oggi come oggi”. Basterebbe dire “In questo momento”, “Allo stato attuale”.
Particolare: tutto diventa particolare, un particolare momento, una persona particolare (e come dovrebbe essere, generica?). Il generale è stato declassato.
Perso per perso: fa perso al quadrato?
Piuttosto: prelude a un’alternativa che esclude uno di due termini (anziché), non a un’elencazione (o… o): un termine esclude l’altro, non si somma a esso. Sì: “Mangio il riso piuttosto che la pasta”. No: “Al ristorante mi piace mangiare di tutto, riso piuttosto che pasta piuttosto che carne”.
Presso: tutti gli incontri, le conferenze, le mostre, le partite di calcio si tengono immancabilmente presso palestre, teatri, cinema, auditorium. Mai un’iniziativa che si svolga dentro queste strutture. Presso (come indica bene l’espressione “nei pressi”) significa vicino, intorno, accanto, NON dentro. Tollerabile al massimo come uso figurato: ho lavorato presso la ditta Alfa.
Quale: uso improprio fuori dalla forma interrogativa, per introdurre elencazioni, in alternativa a “come (ad esempio)”. “Ci sono molti prodotti tipici, quali i fagioli, le rape…”.
Quasi: significa “un po’ meno di”. Inutile dire “Quasi una decina di persone erano presenti”: decina indica già meno di dieci, tanto vale indicare il numero esatto. In tema contabile, controllare anche le derive di circa; non ha senso scrivere “Hanno partecipato circa 1.216 maratoneti”: il numero preciso cozza contro l’indeterminatezza dell’avverbio. Per non parlare di oltre nell’accezione di “più di”. “Il magnesio attiva oltre 325 differenti reazioni biochimiche”: quante sono le reazioni in tutto, 326? Allora scrivi: “oltre 320″. Sono 329? Di’ “quasi 330″. “Oltre” rimanda a una quantificazione per approssimazione che il numero 325 si incarica subito di smentire.
Quello che…: “Dobbiamo indicare quelle che sono le priorità”. Indicale e basta, senza “quello che”. «È nota per (quella che è) la sua ricchezza». Inelegante e pesante. A volte il relatore, travolto dall’enfasi del suo sapido discorso, manca addirittura la concordanza di genere e numero: “Quelli che sono la prospettiva”.
Rappresentare: usato nel senso di trasmettere. “Devo rappresentare ai cittadini gli obiettivi di questo progetto”. Finto elegante e quindi brutto.
Requisiti richiesti: “Requisiti” deriva dal latino e significa già “richiesti”. È un errore; sarebbe come dire “domande domandate” o “risposte risposte”.
Salire sopra: come se fosse possibile “salire sotto”.
Scendere sotto: come se fosse possibile “scendere sopra”.
Se tanto mi dà tanto: mi viene sempre da concludere: “poco mi dà poco”.
Settimana prossima: nella pole position delle arbitrarietà linguistiche spacciate per sciccherie c’è questo distico utilizzato senza articolo: “Settimana prossima ne parliamo”. Variazione ugualmente urticante: ”Tutta settimana sono stato impegnato”.
Sincera verità: nell’espressione: “Dirò la sincera verità”. Ma esiste una verità insincera? E, soprattutto, se uno non è sincero, riesce a dire la verità?
Spesso e volentieri: stanco refrain per indicare abitudinarietà, ripetitività. Rafforzativo che è diventato un cliché: è sufficiente dire che un certo evento si verifica di frequente, senza presumere il gradimento che gli si accompagni. Più divertente la parodia: sesso e volentieri.
Splendida cornice: qualsiasi manifestazione organizzata in un rudere antico o sullo sfondo di un panorama stucchevole è immancabilmente “ospitata nella splendida cornice”. Ai giornalisti spesso sfugge il quadro della situazione però sulle cornici indugiano… spesso e volentieri.
Trecentossessanta gradi o, peggio, 360°: non vuol dire niente, significa aver ruotato su se stessi ed essere tornati al punto di partenza. Una visione “a 360°” è dunque la più miope, altro che aperta: l’ampiezza dell’orizzonte che noi possiamo vedere è una linea piatta. Perché, è possibile “occuparsi di marketing” anche a 348 gradi? Intercalare per tutte le stagioni. 360 – o 365 per chi si confonde col calendario di frate indovino – sono dunque le randellate che merita chi abusa di questa espressione.
Tutta la vita: tormentone accreditato dai telecronisti di Sky durante il Mondiale 2010, inopinatamente replicato dagli speaker di mamma Rai. Starebbe a significare: “senza il minimo dubbio”. Ma che brutto sentire “Era rigore tutta la vita!”, anche se derubata dal penalty è stata la propria squadra del cuore.
Un: articolo indeterminativo, da usare cioè quando il numero non è determinato: mangio una pizza = una fra le tante. Inflazionato nell’uso corrente: “Ho visto una Svezia che ha giocato male”: quale Svezia? Per rendersi conto dell’assurdità, provare a sostituire “due” a “uno” e controllare il risultato.
Un attimino: che vuol dire? Già l’attimo (“cogli l’attimo”) è un’essenza temporale impalpabile, sospesa in equilibrio precario tra passato e futuro. Quant’è una frazione di attimo?
Un certo tipo di: presuppone sempre che ci sia “Un incerto tipo di musica”, “Un incerto tipo di cinema”, “Un incerto tipo di teatro”. Da bocciare come “nella misura in cui” e “a livello”. [La più bella che ho sentito è: "a livello un attimino", vedi sopra].
Uscire fuori: come se fosse possibile “uscire dentro”.
Vero e proprio: “È stato un vero e proprio successo”. Perché esistono anche gli insuccessi falsi e impropri? Al limite, un surrogato di rafforzativo è “autentico” (“Abbiamo assistito a un autentico trionfo, un trionfo in piena regola”).






