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A segno

 

 

Il baccalà non è nostro, noi abbiamo ordinato la grigliata di carne.

La cameriera mora con i capelli raccolti, il viso schiacciato da indio, si guarda intorno spiazzata scuotendo la coda. Sotto il pergolato che riceve ombra da alberi ad alto fusto la pedana in simil legno è gremita di tavolini contrassegnati dal numero scritto piccolo su un foglietto a quadretti spillato a una primula di plastica che fa da segnaposto. Il 71 sta incredibilmente fra il 63 e il 67, peggio dei civici sulle strade italiane. Chiede scusa con una giravolta ai due, madre e figlio, lei con una ricrescita stentata di spennotti post-chemio, lui grosso e dalla voce adolescenziale sebbene abbia trent’anni suonati; e si dirige al tavolo retrostante, dove hanno mangiato tutto il pane e i grissini marito e moglie sui settanta, lui alzatosi per sbracciarsi verso la cameriera, in braghette a righe verticali color arancione portate sotto una maglietta a righe orizzontali rosa, i calzettoni alti al ginocchio. Riprendo ad ascoltare i miei vicini di tavolino, la madre con gli occhi acquosi puntati sopra la testa del figlio e lui, i piedi bianchicci con le caviglie che si baciano dentro scarpe da ginnastica bianche, i gomiti poderosi puntellati sui braccioli della sedia da campeggio, lo sguardo basso sui cartocci vuoti dei grissini che piega e annoda. In un quarto d’ora ha parlato una volta: Lei non sa, non ne ha idea, lei abita lontano; la madre non ha pronunciato nemmeno mezza parola, anche lei lontana. Alla mia destra si sono frattanto seduti due anziani, lui distinto, parla come un professore, lei bassa e grassoccia, nel tavolo da quattro sono posizionati in diagonale tra loro per poter allungare le gambe senza impicciarsi. L’impressione che fossero moglie e marito si è dissolta appena hanno preso a discutere scorrendo il menù. C’è una certa affettuosa deferenza nel loro dialogo che esclude tanto la conoscenza viscerale di chi vive assieme da mezzo secolo quanto le piccole angherie che una convivenza coatta rende pane quotidiano. Ti va bene il riso?, chiede lui, lo fanno solo per due. Bene, concede lei facendosi aria con un ventaglio che aperto riproduce la coda di un pavone. Buono buono, si sfrega le mani lui, scampi e prosecco. Per me no: ha arrestato lo sventolamento, controlla avvicinando il listino al naso, morlacco e funghi. Ah, dice lui senza contraddire. Arriva la cameriera col viso da indio. Quando non sorride sembra arcigna, ma la sua gentilezza è squisita come il suo italiano; si capisce che questa ragazza è di carattere forte e per non prevaricare gli interlocutori anticipandoli si deve trattenere; ha quel vissuto di chi ha raccolto milioni di ordini e ne conosce le dinamiche tutte una per una senza essersi però incarognita nell’annoiata ripetitività. Risotto con il morlacco, inizia l’anziano. Se preferisci, invece che i funghi prendiamo gli zucchini, interviene lei che deve essere la sorella. La cameriera annota appena lui fa sì con la testa e poi aggiunge Vi consiglio di attendere per ordinare il secondo, qui il risotto è molto abbondante, lo dico per voi. I due ringraziano. Davanti a me, un po’ spostata di lato, c’è una tavolata di una quindicina di persone. Riconosco tre coppie di mezza età, due figli delle coppie, due genitori delle coppie e qualche pezzo spaiato. Stanno parlando ad alta voce, donne di qua, maschi di là, e comunque non sono disturbato da interferenze acustiche dato che marito-moglie si strafogano di baccalà, madre-figlio tacciono intensamente tagliuzzando braciole con l’osso, fratello-sorella si guardano attorno in silenzio – lui mi punta con intenzione, io che non ho voglia di conversare abbasso testa e mandibole sul mio melone abbastanza dolce avvolto in una coltre di crudo abbastanza salato. Non ricordo bene, ma dovrebbe essere così, dice un padre della tavolata – fisico asciutto da ciclista della domenica: forse è andato stamattina presto a pedalare perché è qui a pranzo oggi che è domenica. A beneficio del figlio sui sette anni sta coordinando a gesti decisi le braccia, ritira il sinistro, allunga a scatto il destro. Funziona così il fucile a pompa?, chiede eccitato il bambino. Il padre finge di caricare, punta verso di me chiudendo un occhio, fa pam a voce e mi sorride con la bocca storta di concentrazione. Mi concentro sul mio piatto, colpito. Quando torno a guardare, il bambinetto è passato a correre gridando dietro altri bambini più piccoli sul prato rasato di fresco oltre una staccionata di tronchi. Starà imparando la legittima difesa dell’attaccare prima ancora di essere in pericolo. La conversazione nella tavolata è ora polarizzata intorno a una ragazzina delle medie, occhiali tondi e capelli castani trattenuti da un cerchietto di color rosso, che si è alzata in piedi come per recitare la poesia. Hai il moroso?, le chiede una delle donne. Uno? Quattro!, risponde subito un’altra quarantenne che potrebbe essere la madre. Mi raccomando, riprende l’amica di famiglia, uno solo per volta. Una risata acuta, sguaiata, si arresta del tutto dopo pochissimi secondi. Non arriva dalla comitiva, sono la madre col tumore e il figlio ritardato, dopo essersi guardati negli occhi ilari additandosi col pollice sotto il tavolino la coppia accanto. L’uomo anziano, di nuovo in piedi col suo intreccio di righe orizzontali e verticali confuse in un effetto psichedelico, tenta di convincere la cameriera che il cuoco non è lo stesso di sempre. Non si dà per vinto, nonostante la moglie lo strattoni per non fare brutta figura. La ragazzina ha messo su il broncio, nessuno la guarda più e più non sapremo se i quattro fidanzatini li prenderà in blocco o giudiziosamente a uno a uno, magari sposandoli in sequenza.

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