Tutti ce la possono fare

Dopo sei mesi che mi ero messo in proprio, ho perso quattro dita della mano destra. Non proprio il massimo per chi fa il meccanico di precisione nella lavorazione degli stampi.
Una disattenzione, la pressa che parte e… zac. Passato il dolore fisico, ecco la paura. Come avrei fatto? C’erano i debiti, la famiglia, tutte le speranze che avevo proiettato sul mio futuro professionale. Mi guardavo la mano monca e mi veniva soltanto da piangere.
La guardo anche in questo momento, e sono passati quarant’anni.
Le mie dita, anzi le mie non-dita, sono diventate una caratteristica, come per qualcuno lo sono gli occhiali, una cicatrice sul viso o un certo modo di vestire. Quando porgo la mano c’è ancora chi si imbarazza, ma la maggior parte delle persone immagina che dietro ci sia stato un dramma e prova rispetto.
Qualcun altro invece, riferendosi alla mia storia, continua a parlare di “fortuna”.
Io credo che non possa essere definito fortunato un ragazzo che nasce in una famiglia povera di mezzadri e che fatica a frequentare un po’ di scuola perché c’è da lavorare tanto per tutti.
Sono uno da quinta elementare, che aveva voglia di studiare ma non la possibilità, che ha frequentato le scuole professionali serali senza mai un giorno di assenza e vergognandosi, quando pioveva a dirotto, di entrare in classe con le scarpe tutte sporche di fango.
Se ce l’ho fatta io, ce la si può fare. Tutti possono farcela.
Questo voglio dire ai giovani. Anche senza troppa fortuna, confidando piuttosto nell’impegno, che ciascuno di noi può mettere nelle cose, e nelle scelte intelligenti, che tutti siamo in grado di imparare a fare.

anno 2013