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Ho cominciato a fare giornali all’età di nove anni. Ero scout – ebbene sì: come Matteo Renzi, ma prima di lui – e a ridosso di Natale mi trovai a finanziare un progetto che doveva servire a finanziare la mia squadriglia. Un finanziamento al quadrato. Il progetto consisteva nel realizzare candele di cera, venderle, e col ricavato sostenere le attività scoutistiche nel corso dell’anno. Avete presente, no? I famosi lavoretti di Natale che i parenti sono costretti ad acquistare con un’offerta per non sembrare insensibili e avari e che poi cercano di riciclare ad altri o di riciclare tout court tra i rifiuti.

Il progetto richiedeva però dei soldi per acquistare la cera in quantità non modica. Inventai allora la mia prima pubblicazione. Si intitolava – fatalità – Il cerista e raccontava l’origine della cera, i suoi usi, le lavorazioni. Vendevo il giornalino ai parenti, col ricavato compravo la cera, facevo le candele e le vendevo ai parenti. I parenti si trovavano il giornalino e la candela multicolor, forse sono nati così anche gli allegati dei giornali. Devo dire che funzionò meglio il giornalino delle creazioni di cera – quelle candele, colate nei bicchieri di cristallo del servizio matrimoniale dei miei genitori, facevano veramente schifo. 

Preso dall’entusiasmo, creai Il bisbiglio di San Vito, l’house organ, anche se allora non si usava questo termine barbarico, del reparto scout. Lo confezionavo quasi da solo, con l’aiuto di un valente dattilografo, lo fotocopiavo in parrocchia, lo graffettavo e lo vendevo a mille lire a copia. Tirai su un discreto gruzzolo, anche perché non avevo costi vivi. Aspettavo che il prete uscisse dalla canonica, mi presentavo dalla perpetua col mio faccino angelico e le dicevo che mi mandava don Giacomo a fare fotocopie per gli scout. Le fotocopie erano migliaia: ogni copia del giornalino si componeva di 20-30 pagine. Quando il mio reparto si fuse con altri due, per me fu una pacchia. Ingaggiai collaboratori di San Marco e di San Giuseppe e aumentai la tiratura. Ripensando a quel periodo, mi chiedo dove sia stato l’inghippo, per quale motivo io non sia diventato ricco con l’editoria. 
Negli anni successivi partecipai al giornalino d’istituto, 18 ottobre, e lo diressi l’ultimo anno del liceo. A 19 anni fondai con altri giovani entusiasti il bimestrale Zero in condotta, che rappresenta una pietra miliare: il mio primo giornale stampato. All’epoca la tipografia costava moltissimo e così pure i programmi di impaginazione: l’editore, Alberto, acquistando il software spese tutti i soldi che aveva messo da parte per procurarsi un’auto usata con la quale fare visita alla fidanzata che abitava a Rovigo. La morosa lo mollò ma il giornale decollò. Furono due anni intensi ed entusiasmanti, fatti di riunioni, telefonate – l’email non esisteva –, proposte e deliri. Il problema più grosso fu trovare un direttore responsabile. I giornalisti interpellati, inquietati dalla nostra aria minacciosa e turpe, si rifiutarono. Accettò solo un ragazzo, poco più grande di noi, Marco Cavalli, che sarebbe diventato un acuto critico letterario e un eccezionale conferenziere. Lo incontrammo alla stazione di Vicenza, che l’editore e io avevamo raggiunto in torpedone: io non avevo ancora la patente, Alberto era privo di auto avendo già speso i soldi destinati alla Ritmo blu di terza mano.
Zero in condotta divenne un trampolino di lancio. La redazione fu contattata da Nuova Vicenza, un bellissimo settimanale appena convertito in quotidiano eccessivamente ambizioso, per aprire la redazione di Bassano del Grappa. Mancava la sede, c’erano pochi soldi, la concorrenza era feroce. Nessuno accettò l’allettante proposta. Tranne me. Fui investito della carica di giornalista senza sapere da che parte iniziare. Ma per iniziare iniziai, e non mi sono fermato più.

quello che ho fatto