invidia

La sapienza popolare tramanda un detto che suona meglio in inglese ma che risulta chiarissimo anche in italiano: «Nel regno dei ciechi, gli orbi sono re«. Come a dire che distinguersi dalla massa è spesso frutto della mediocrità altrui più che della propria eccellenza.

Il problema è che esistono persone – e non poche, invero – restie non solo a mettersi in gioco per migliorare la propria posizione ma addirittura livorose verso altre che, autonomamente, cerchino di riscattarsi – o semplicemente di dare più sugo e senso alla loro, di vita.

È l’invidia, in cui tutti ci imbattiamo con assiduità, e per la quale non esistono antidoti né spesso una scorta di facce di circostanza da poter assumere all’occasione.

L’invidia non viene provata da chi è privo di talento essendone consapevole, ma da chi ha deciso di metterlo sotto naftalina, il talento, o mancandone del tutto finisce automaticamente per considerarsi un genio. La prima categoria è formata da conservatori che non accettano l’intraprendenza altrui per non dover fare i conti con la loro personale inerzia e vorrebbero che le situazioni restassero cristallizzate per non essere costretti a scoprirsi ciechi da due occhi e fatti sfigurare da chi usa il suo solo occhio. La seconda categoria è meno pericolosa, anche se piuttosto querula nell’insinuare che aiuti e spintarelle ricevuti da altri gli hanno permesso di elevarsi lasciando al palo chi si attiene onestamente alle proprie consegne.

L’invidia, essendo un moto della bile e pertanto irrazionale, non si può sconfiggere col ragionamento né arginare mediante parole. Del resto neppure l’esempio giova, poiché contrapporre – rimedio che dovrebbe palesare noncuranza – l’operosità alle maldicenze alimenta quest’ultime concludendo che la prima è il frutto di smodato arrivismo e senso della competitività esasperato.

Chi agisce senza risparmio, chissà perché, è considerato un mitomane.

Le persone che si distinguono meriterebbero invece di essere salvaguardate, se non altro per lo stimolo emulativo che suscitano in chi è abbastanza umile da prenderle ad esempio. Il valore di qualcuno che emerge rappresenta un costante ammonimento a beneficio di chi potrebbe ritenersi appagato solo dal fatto che risulti per lui vantaggioso il raffronto con le persone banali che usualmente lo circondano.

Ammesso di non avere alcuna intenzione di eguagliare nessuno, occorrerebbe gioire dei successi altrui almeno per tornaconto egoistico: l’onore di poter accostare certi personaggi, i benefici che ne derivano per semplice ricaduta, la fatica che ci risparmiano accollandosi anche la nostra parte.

L’invidia è un sentimento distruttivo e frustrante. Distruttivo perché, proiettato com’è a insegnare agli altri cosa dovrebbero fare e in che modo comportarsi, dispensa dall’occuparsi del proprio accrescimento: l’invidia è l’anticamera della deresponsabilizzazione; frustrante perché, portando ad avanzare pretese sul libero arbitrio altrui, e restando spesso le aspettative disattese, genera un senso di impotente inanità.

Una modalità particolare di invidia è l’ingratitudine. Si tratta di due fenomeni egualmente indice di presunzione: l’invidioso presume che gli altri debbano astenersi dall’agire, così da non sentirsi defraudato della propria quota di mediocrità; l’irriconoscente presume che gli altri siano tenuti ad arrecargli comunque benefici, tanto da non meritare neppure un ringraziamento quando questi arrivino.

Entrambe postulano un’investitura assiomatica da “tutto ci è dovuto”, sono partorite dalla pigrizia e rispecchiano una misinterpretazione del principio che asserisce la centralità dell’uomo; inteso qui, in accezione malata, come singolo individuo portatore di pretese a cui siano correlati doveri altrui – e nessun diritto in capo a loro.

Invidia e ingratitudine depauperano chi le prova. L’invidioso proietta se stesso al di fuori di sé, alienandosi anziché scegliere di dare corso alla propria natura; l’ingrato ribadisce la dipendenza da altri in maniera direttamente proporzionale a quanto si astiene dal riconoscerla.

XHTML - CSS - © Alessandro Zaltron 2006