Ci hanno ormai inculcato l’idea, in questo Paese allo sfacelo, che qualunque disgrazia accada, ci salveremo comunque cambiando i nomi. Ho il sospetto che, quando il debito pubblico sarà divenuto veramente, e innegabilmente, PAZZZESCO, i nostri governanti aboliranno il nome “Italia” e la battezzeranno qualchecosad’altro, tipo uno Stato con l’economia più florida oppure un calembour – arte nel quale siamo maestri – o definizioni composite. Una cosa kitch, insomma, tipo l’inno nazionale. Andranno ai congressi mondiali sulla pacificazione delle foche monache coi capodogli sfregandosi le mani per aver messo nel sacco tutti. “Illustrissimi colleghi, la situazione del nostro bellissimo paese, è a dir poco splendida. Basta deficit, quello ce l’ha l’Italia, che non ha nulla a che spartire con noi. Un radioso avvenire, ecc. ecc.”.

Dai, non è una novità. I più significativi progressi italiani si sono conseguiti con giochetti ispirati alla Settimana Enigmistica. Parità fra uomo e donna: non si dice la poetessa, ma “la poeta” anche al femminile; non si deve dire “la signora ministro” bensì “la ministra” – le grandi conquiste dell’umanità presumono in maniera indebita di rendersi impermeabili al senso del ridicolo.

E la sanità pubblica: hanno deciso che le unità sanitarie locali sono diventate private e l’unico effetto tangibile è che la terminologia mercifica in maniera terribile chi va a soffrire o morire in ospedale. Non è corretto chiamarli pazienti. Forse per quella radice latina che significherebbe sofferente e allude invece a chi ha spesso troppa pazienza; ma insomma non cavilliamo, si chiamano clienti. CLIENTI??? Utenti??? Come acquirenti di angurie al mercato. Neanche persone, pazienti oppure no, ma potenziali compratori, scambisti di un mercato di dubbio gusto nel quale tu dai fiducia e speri che non la ricambino con la cialtroneria. Sarei curioso di sapere se applicano il diritto di recesso entro sette giorni e cosa ti rimborsano se sbandieri la clausola “soddisfatti o rimborsati”.

Dovrei esserne fiero, io che sostenevo il fondamentale egoismo dei rapporti sociali, nei quali non si uscirebbe da un mercimonio di reciprocità coatte, un do iut des, come si sono espressi a un convegno. (Almeno non era sulla filologia latina.) Nel quale neanche i sentimenti sfuggono al “che cosa mi dai, tu, in cambio?”, sia pure mascherato dalla nobilitazione del ricatto affettivo. Mah.

E poi diciamola tutta, su questa lingua martoriata. Fate caso alle contaminazioni che l’elettronica le impone. Non abbiamo diritto a partorire idee, solo input – quando va bene e non sono imput – esercitati su noi da qualche entità esterna rigorosamente pulita, algida, infallibile. La finitezza umana non è niente più che un hard disk da due lire a cui aggiungere ram in sequenza graduata; dove chi è povero ne ha diritto a razioni ridotte. La manualità è asservita ai balzi fra tasselli rigidi di tastiera.

E le influenze commercialistiche? Il succitato gestire – persone, risorse, mezzi – è il derivato conseguente del nostro reputarci merce, bestiacce all’ammasso pronte a vendere l’anima per due lire e a farci regolare, disciplinare, classificare, inserire, manipolare. Neppure nei sondaggi e nelle statistiche siamo numeri, seppure anonimi. Siamo classi di pecore, a ognuno la sua collocazione, e se non stai nel tuo sito ti limo l’animo fino a che c’entrerà pure.

Ma perché rammaricarsi? Io stesso penso a quanto migliore sarebbe la nostra vita, e senza sbagli, se al cervello arrivasse il prezioso comando del computer che l’ultima operazione cancella e ti riporta alla fase immediatamente prima. Non tanto perché non sia utile compiere gli errori, e imparare su lacrime e sangue. Ma piuttosto per la tranquillità che ti offre l’agire spensierato, tanto più lineare quanto più è assicurata la possibilità di tornare indietro a scegliere il sentiero giusto, all’imbocco dei nostri troppi crocevia.

XHTML - CSS - © Alessandro Zaltron 2006