elezioni

L’aspetto più avvilente in ogni periodo di elezioni è il presupposto concettuale da cui sembra impossibile affrancarsi, e cioè l’obbligo (morale) di votare il meno peggio perché il peggio peggio non sia sdoganato.

Affermare «sono tutti uguali» è qualunquistico, ricercare gli elementi distintivi demoralizzante. I cosiddetti confronti diretti tra eminenze di partito hanno evidenziato che l’alternativa con rincorsa al ribasso si installa fra la demonizzazione dell’avversario, di chiara matrice illiberale, e la proiezione del miglioramento nel futuro tipica di chi non ha nulla da offrire al tempo presente; fra il vuoto fumoso della latitanza di idee e dati arroganti di dubbia e manipolabile provenienza conditi con sorrisi da emiparesi.

Mi rifiuto di credere che questa sia una scelta. Non ho mai sentito di nessuno che compra un’auto bruttina gratificato dall’evidenza che ce ne sono anche di più brutte in giro.

Trovo dequalificante per un Paese civile che la sua classe dirigente debba essere costantemente individuata all’interno di mediocrità finto antagoniste anziché fra eccellenze di segno diverso.

Il ruolo dei partiti, di mediazione fra i cittadini elettori e le cariche elettive, diventa di fatto un imbuto che convoglia candidati irreggimentati e pronti per l’alzata di mano a comando, o personaggi che, per aver acquisito notorietà in altri campi, sono ritenuti portatori di stima da poter monetizzare in consenso elettorale, a prescindere dalla congruenza delle loro abilità.

I partiti, rinunciando al tradizionale e loro peculiare ruolo di formazione politica, sacrificato sull’altare della velocità televisiva dei risultati, si sono ridimensionati ad agenzie di mera selezione e assoldamento di persone neutre dal punto di vista valoriale – potrebbero stare indifferentemente in qualsiasi schieramento – e incompetenti nel merito del servizio che saranno chiamate ad assolvere: un casting mesto da reality show di celebrità decotte.

Lasciarsi turlupinare da centrali di potere che shakerano ingredienti refrattari alla logica del bene comune sarebbe accettabile, per ragioni estetiche, se almeno i soggetti che perpetrano l’inganno fossero oratori persuasivi, maestri della nobile arte retorica. Che soddisfazione lasciarsi incantare da un imbonitore davvero bravo!

In filosofia si sostiene che l’effetto persuasivo disgiunto dal contenuto di verità rappresenta una forma di violenza non meno grave di quella fisica. Il fatto è che oggi dobbiamo sorbirci affermazioni prive di argomentazione, i proclami svuotati della passione, l’attacco frontale che non si converte in dialogo, le domande cruciali senza risposta o eluse. Insomma, abbiamo la violenza senza neppure lo zuccherino di un eloquio forbito, corretto, consequenziale nella logica.

Essendo autoreferenzialmente catodico, il dibattito politico gronda in tutte le trasmissioni, si aggruma come un blob alla “Mai dire premier”, si appiccica in tutte le reti e viene ripreso dalla carta stampata, in un continuo rimando nel quale sembra che l’oggetto del contendere non siano il futuro dell’Italia e i progetti concreti di sviluppo ma la battuta sguaiata del leader, l’occhietto ammiccante, lo slogan del giorno, la postura delle mani o l’impugnatura sulla penna.

Trovo disgustosa la complicità che ci viene richiesta, e da cui sembriamo inabilitati a esimerci, di accettare la demagogia elettorale non come un male minore, ma quale condizione necessaria affinché si possa esplicare la dialettica politica.

Ecco perché il mio sogno proibito è una valanga di voti, consapevoli, a scheda bianca, che finalmente anche nell’esito delle urne visualizzi lo stallo in cui si è arenata la politica nostrana e dia il segnale della riscossa: non è vero che tutto va bene ma, se non ce lo diciamo, o lo nascondiamo dietro questioni di lana caprina, continueremo a delegare come se così fosse.

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