Lavoro

Il lavoro non è una valore, checché ne possa far presumere uno scambievole anagramma incompleto delle due parole. Il valore è ciò che trova il suo fine in se stesso. Il lavoro non lo è.

Chi lavora lo fa per guadagnare una pagnotta con la quale mantenere se stesso, mettere su famiglia, acquistare l'auto, viaggiare, e così via. Il fine di ciascun uomo è girare il mondo, avere una macchina fiammante, comprarsi la casa, avere bei vestiti, raggiungere la sicurezza o forse il potere. Non certo stare otto ore in catena di montaggio o passare carte tutto il giorno.

I privilegiati nel mondo del lavoro sono pochi, quelli che si fanno pagare per fare cose che piacciono loro. O quelli che lavorano in proprio, per sé prima ancora che per i clienti. La maggior parte della gente vive il lavoro come una sofferenza o almeno un sacrificio, che poi si affronta o perché ci si adatta (a tutto, altrimenti la specie umana non si sarebbe nemmeno evoluta), o perché interessa solo il fine strumentale cui tende il lavorare.

Nel corso del tempo lo spazio dedicato al lavoro nella vita dell'uomo è scemato ed è aumentata l'età di accesso. Contestualmente si è allungata la vita media. Se questa tendenza si confermerà, è difficile immaginare una corrispondente crescita degli anni di lavoro che costringerebbe le persone a faticare quando le energie della giovinezza e della maturità se ne sono andate.

Ma la ragione per cui le regole del lavoro dovranno cambiare sono anche altre. Con tutte le cose interessanti che si possono fare al posto di lavorare (amare, spostarsi sul pianeta, leggere libri, meditare, ascoltare musica, stare con amici…) o che si vogliono fare (coltivare gli affetti familiari, crescere i figli…), e che in parte un tempo non erano neppure immaginabili, con le consapevolezze portate dall'acculturamento inevitabile conseguenza della scolarizzazione, è prevedibile pensare a una rivoluzione pacifica ma inesorabile. Si sentirà sempre più l'esigenza di intervenire sul lavoro, modificandone i ritmi per farli combaciare con quelli della propria vita, e non viceversa come è successo finora. Non è ammissibile che si debba chiedere al datore di lavoro un permesso o una giornata di ferie per andarsi a tagliare i capelli o comprare un abito.

Il futuro avrà il nome di part-time, di orari flessibili, di monte ore annuo da esaurire diluendolo a piacimento. Lo stesso incremento della popolazione femminile rispetto a quella maschile farà pesare le esigenze di madri e casalinghe. Ecco perché ci sarà sempre meno sopportazione e sempre più ribellione verso lo standard orario, le giornate pianificate, uguali le une alle altre e cadenzate, con tanto di timbro del cartellino.

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