Sembra che esistano due tipologie di persone, corrispondenti ad altrettante visioni del mondo. Ci sono dunque i buoni e i bravi. I buoni sono coloro che pongono prima di tutto i valori etici, a costo di rimetterci, e il resto viene dopo. I bravi sono coloro che riescono a tenere il comportamento più efficiente possibile, che si traduce in capacità di produrre denaro. I primi lavorano per vivere, i secondi vivono per lavorare.
Il lavoro è ciò che dà senso alla vita delle persone e che attribuisce loro la dignità; il denaro è uno dei parametri per misurare la bravura nel lavoro. Affermava sant’Agostino: “il denaro è lo sterco del diavolo… ma concima così bene”. Diremmo oggi che è frustrante, per la consapevolezza e l’autostima personale, oscillare con la propria professione sulla soglia della povertà, poiché le competenze che non si traducono in fonte di sussistenza sono considerate – per primi dagli altri, per ricaduta da noi stessi – velleitarie o da perdenti. E in una società competitiva nessuno ci sta a perdere.
Sembra anche che non esistano strade diverse, zone grigie intermedie, la famosa terza via al capitalismo sociale, “dal volto umano”. Se un imprenditore deve scegliere fra il minore proprio profitto e licenziare un dipendente, non ha dubbi: quindi, è bravo, abile nel conseguire gli obiettivi; non è buono.
In sé, non pare deplorevole adottare una delle due prospettive come viatico privilegiato. In origine entrambe partono dall’assunto della centralità dell’individuo; sono le conseguenze operative a creare la biforcazione: nell’un caso il singolo si reputa privo di limiti e per affermarsi può sopraffare altri singoli; nell’altro caso l’individuo è considerato sociale per natura e la socialità lo può portare a sacrificare se stesso. La prevalenza dell’individuo, stirata alle sue estreme conseguenze, illimitata, determina sempre la negazione dell’individuo.
Nelle organizzazioni la differente declinazione di tale dicotomia è foriera di conseguenze negative. Da un lato l’individualismo con l’oppressivo corollario superomistico (le decisioni non vengono contrattate ma imposte, tanto da far passare per antidemocratico chi le delibera), dall’altro la logica del gruppo e la conseguente deresponsabilizzazione dei singoli (“In tutti facciamo tutto”. Sì, ma chi fa cosa? L’attribuzione di competenze porta a definire i ruoli e le interrelazioni fra ruoli, cioè le gerarchie: qualcuno deve dire l’ultima parola, almeno nei frangenti controversi).
Per determinare regole di condotta nell’ambito lavorativo non resta che ragionare sui fini in base ai soggetti di imputazione. Spiego. Se tu ami devolvere denaro ad associazioni di volontariato, fallo pure; ma in un gruppo strutturato magari non è opportuno: lì devi per ogni scelta verificare che cosa è pragmaticamente utile all’organizzazione, i contratti in essere, le ripercussioni sui collaboratori. La beneficenza può costituire un valore per l’individuo e non per l’organizzazione, anche se essa è composta dai medesimi individui che di prassi si danno alle opere di carità.
Mi rendo conto, può sembrare una finzione giuridica affermare che il soggetto Tizio ha una personalità distinta da quella dell’organizzazione Caia, dato che sposta semplicemente il problema; e lo trasla sul piano etico, quindi ancora sulla disciplina dei rapporti fra sé e gli altri. Se boicotto la Nestlè, riesco ad accettare che la mia azienda acquisti il Nescafè per il distributore di bibite? Ma non conviene forse, se costa molto meno di prodotti analoghi ed è gradito dai dipendenti?
L’imprenditore può essere additato come colui che sfrutta i lavoratori perché guadagna sulla loro fatica; ma è anche colui che crea lavoro, occupazione per le persone, benessere.
In un’azienda non esistono alternative: raggiungere lo scopo imprenditoriale è il modo migliore per svolgere un ruolo sociale. Se amministro in maniera approssimativa e buonistica la mia azienda, non sono migliore dell’imprenditore-squalo: prima o poi fallirò e non potrò retribuire le persone in modo adeguato al loro valore e al loro impegno, oppure assumerne altre. L’imprenditore o è bravo o non è.